La tragedia di Casteldaccia, la strage di abeti rossi nel Nordest e la lezione ignorata dell’uragano Lothar

Il modo sempre enfatico, approssimativo e così spesso scioccamente disperato, con cui in questi giorni giornali e telegiornali stanno trattando le notizie sui danni causati dal maltempo in varie parti d’Italia, mi ha richiamato alla memoria il caso dell’uragano Lothar. Si tratta dell’eccezionale tempesta di vento e di pioggia che  il 26 dicembre 1999 attraversò diverse regioni della Germania, della Francia e della Svizzera interna provocando danni ingentissimi. Osservo qui per inciso che ciò accadde quasi vent’ anni fa, a conferma di quanto poco c’entrino eventi del genere con le presunte grandi variazioni climatiche recenti di cui oggi tanto si parla.

In Italia quasi nessuno si ricorda dell’uragano Lothar anche perché la stampa italiana per lo più ignorò l’evento, già allora confermando la sua tendenza a riempirsi la bocca  del nome dell’Europa ma poi ad occuparsene ben poco. Nella sola Svizzera — dove provocò 14 morti e danni per un miliardo e 490 milioni di franchi a boschi, strade, ferrovie e abitazioni – in due ore l’uragano abbatté alberi per oltre 12,7 milioni di metri cubi di legno, pari al triplo della media annua del  prelievo di tale materia prima dai boschi elvetici.

Secondo un’acuta definizione sin qui rimasta insuperata, una catastrofe cosiddetta naturale è in effetti “l’esito dell’impatto di un evento naturale intenso e poco frequente su un certo tipo di organizzazione sociale e politica”. Un terremoto della medesima potenza può provocare migliaia di vittime in Guatemala e solo qualche ferito in Giappone.  L’improvvisa piena di un fiumiciattolo – diremo venendo alla cronaca italiana di questi giorni — può provocare solo l’irrilevante e temporaneo allargamento del suo corso oppure un’immane tragedia se, come purtroppo era accaduto in Sicilia a Casteldaccia, nel suo alveo qualcuno aveva pensato bene di costruire abusivamente delle abitazioni; e nessuno aveva imposto che venissero demolite.

Nel nostro Paese a eventi del genere si continua finora a reagire in  modi che non conducono da nessuna parte. Da un lato ci si butta alla ricerca dell’unico colpevole, la cui cattiva condotta basterebbe a spiegare tutto. In realtà in un Paese in cui regnano la sovrapposizione e la confusione delle competenze, e in cui per di più troppi pensano che la soluzione di questi problemi vada cercata non nell’ autonomia responsabile bensì in un centralismo astratto, lo sperato unico colpevole non si trova mai. E non per chissà quali oscuri maneggi ma per il semplice fatto che non esiste. E’ il modello amministrativo nel suo insieme che andrebbe cambiato, ma su questa fondamentale questione sin qui nessun governo e nessuna maggioranza si sono mai seriamente impegnati.

Dall’ altra parte mai si pensa di studiare l’accaduto per trarne utile lezione in vista del futuro affronto di analoghe emergenze, nonché per verificare che cosa di positivo se ne può comunque ricavare.  In Svizzera le conseguenze dell’uragano Lothar vennero fatte oggetto di una profonda e vasta analisi, cui contribuirono esperti sia dell’amministrazione pubblica che delle parti sociali. Ne risultò un rapporto di 132 pagine di cui pubblichiamo qui alcuni passaggi anche per capirne lo spirito. Dopo aver constatato che la società e l’economia svizzere “anche se confrontate con danni di entità straordinaria, hanno affrontato l’evento in modo alquanto appropriato ed estremamente rapido” gli autori del rapporto continuano dicendo che “Miglioramenti sono per contro necessari ad esempio nel settore dell’informazione alle popolazioni toccate, in quello della comunicazione tra le forze d’intervento e i servizi di emergenza attivati e nel campo della diffusione degli avvisi d’allarme dei servizi meteorologici. Anche i mezzi di comunicazione dovrebbero essere adattati agli standard tecnici attualmente esistenti”.  Tutto questo perché  “Eventi catastrofici simili non possono essere evitati: grazie a specifici provvedimenti idonei i loro effetti possono tuttavia essere limitati al minimo”. In tale prospettiva il rapporto viene inteso come “una base per l’elaborazione dell’evento nel suo insieme e per mettere in atto i diversi interventi di ripristino che si protrarranno nel tempo ancora a lungo. (…) costituisce altresì un punto di partenza per migliorare i provvedimenti e per mostrare strategie innovative, opportunità che l’uragano Lothar ha portato con sé assieme alle gravi devastazioni”.  I danni causati da Lothar hanno ad esempio fatto capire che si deve tornare a piantare boschi misti, e non boschi di soli abeti rossi, molto redditizi ma anche molto fragili. Una lezione di cui evidentemente nel nostro Nordest non si era tenuto conto.

Il rapporto di cui si diceva non è peraltro un catalogo di norme giuridiche bensì un testo di orientamento che, come si legge nel sua conclusione, “si indirizza pertanto a tutte le autorità istituzionali e politiche, agli specialisti in materia ed anche a tutte le cerchie e persone potenzialmente toccate o coinvolte in situazioni di emergenza simili”. Siamo insomma lontani mille miglia dalla smania di moltiplicare le norme come pure da quella forsennata e inutile ricerca del capro espiatorio che caratterizzano le iniziative, sempre più o meno di tono giudiziario, che dopo una catastrofe dominano la scena  nel nostro Paese.

 

6 novembre 2018

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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