Lingue straniere a scuola? Almeno tre; e non solo e non per primo l’inglese  

L’insegnamento troppo precoce, dilagante e tendenzialmente esclusivo dell’inglese come lingua straniera nella scuola italiana è un fenomeno che occorre contrastare con fermezza. Anche  se molte famiglie e molte autorità scolastiche lo sostengono, convinte in tutta buona fede di stare così al passo con i tempi, si tratta in realtà di uno strumento di integrazione nient’affatto attiva bensì subalterna nel mondo globalizzato in cui viviamo. Qualcosa di cui non abbiamo affatto bisogno né come popolo né come singole persone.

Osserviamo poi qui per inciso che a questo punto urgono interventi sul piano sia culturale che legislativo e amministrativo per ripristinare il primato dell’italiano (e delle altre lingue ufficiali in alcune parti della Repubblica) nella pubbliche insegne, nella pubblicità e nelle comunicazioni pubbliche liberandolo dall’ inquinamento di un inglese per di più molto spesso maccheronico.

Nella globalizzazione dobbiamo  stare come interlocutori e promotori attivi dello sviluppo in tutti i suoi aspetti, e non diventare un popolo periferico di semplici utenti e consumatori passivi di innovazioni e di processi promossi e gestiti da altri. Per questo occorre in primo luogo una capacità di interlocuzione e di mediazione culturale che viene innanzitutto facilitata dal plurilinguismo; e  che invece la sola conoscenza dell’inglese, e tanto più dell’inglese stereotipato corrente, non solo non aiuta ma anzi impedisce.

E’ vero che oggi sono moltissimi i genitori convinti che in quanto a conoscenza delle lingue straniere per i loro figli l’inglese sia tanto necessario quanto sufficiente. Lo pensano in tutta buona fede in base al messaggio che ricevono dalla pubblicità, dalla tv, dai nuovi media telematici; insomma dall’ attuale cultura di massa. Chi fa scuola ha però il dovere non solo di percepire la domanda che viene dall’ utenza, ma  di risponderle anche con la proposta di più consapevoli e più ampi orizzonti. Ciò vale poi in modo del tutto particolare per quanto concerne le scuole paritarie che per natura loro hanno un’utenza particolarmente motivata. Quella su cui mi soffermo qui è la questione appunto delle lingue, ma ovviamente ciò vale anche per ben altro di cui si potrà dire in altre occasioni.

Come padre e oggi come nonno, e a suo tempo come co-fondatore di scuole paritarie, avverto un particolare disagio tutte le volte che scuole di questo genere danno prova di assorbire in modo acritico elementi della cultura dominante. E’ un disservizio che non merita quella buona parte di famiglie che solo con grandi sacrifici economici le sceglie per i propri figli e nipoti non solo perché abbiano una buona formazione in genere ma anche e soprattutto perché abbiano una formazione libera e culturalmente originale. Ho detto non a caso “per i propri figli e nipoti” poiché non è raro che, in anni di crisi economica come quelli in cui viviamo, anche i nonni contribuiscano alle spese scolastiche dei nipoti.

Oggi l’inglese è necessario, ma deve esser chiaro che non è sufficiente. In tale prospettiva diventa importante rendersi conto che paradossalmente insegnarlo per primo aumenta il rischio che da un lato venga appreso poco e male, e che dall’ altro resti l’unica lingua straniera in qualche modo conosciuta.

Vedo pertanto con costernazione che non solo l’inglese dilaga ma se ne potenzia l’insegnamento anche a spese della seconda lingua straniera. Questa che, a norma dei programmi ministeriali rientra nel piano di studi della scuola secondaria di primo grado (scuola media), di fatto è poi sempre più spesso lo spagnolo, evidentemente preferito non per ragioni obiettive ma semplicemente perché è per noi la lingua straniera di più facile apprendimento. Anche sulla base di una certa esperienza personale mi sento di dire che, nel mondo globalizzato in cui viviamo, occorre oggi parlare tutte e tre le lingue di maggiore uso internazionale, ossia l’inglese, il francese e lo spagnolo. Tale dovrebbe essere a mio avviso il bagaglio linguistico normalmente acquisito da chi giunge al compimento degli studi superiori. Parlare tre lingue oltre la propria non ha niente di sovrumano. Ci si può normalmente arrivare; e tanto più facilmente se non si è perso l’uso del dialetto, grazie al quale il bilinguismo è già un’esperienza originaria. Lo conferma il caso della Svizzera italiana, dove praticamente tutti parlano tre lingue, e talvolta hanno anche la competenza almeno passiva (ossia capiscono pur se non parlano) di un secondo dialetto oltre al proprio. A un livello ulteriore, oltre alle tre lingue d’uso internazionale già ricordate, è certamente in ogni caso  utile una “lingua del vicino”. Una delle nostre lingue del vicino è poi lo stesso francese, non solo nel Nordovest ma anche in Sicilia e Sardegna per la prossimità con la Tunisia e l’Algeria (e nel caso della Sardegna anche con la Corsica). In Lombardia e nel Nordest un’importante lingua del vicino è comunque il tedesco, che è poi la lingua con il maggior numero di parlanti in Europa.

Arrivare a diciotto anni parlando tre lingue è impossibile? Nient’affatto, come appunto dimostra il caso della Svizzera italiana. In un Paese come il nostro, dove la scuola è obbligatoria per almeno dieci anni in una fascia di età compresa tra i sei e i sedici anni di età (e dove poi di regola si continua fino ai diciotto anni), continuare  concentrarsi sull’inglese per tutti o quasi i dieci anni è una pura e semplice perdita di tempo. In tre-quattro anni si impara qualsiasi lingua, anche lingue molto lontane dalla nostra e difficilissime come ad esempio l’ungherese o il cinese. Figuriamoci l’inglese che ormai abbiamo tutti nell’ orecchio e che, come tutte le lingue creole (è un  miscuglio di tedesco sassone e di francese arcaico), ha una sintassi molto semplice. Nell’arco dei dieci-dodici anni di scuola sarebbe perciò molto meglio cominciare da una lingua del vicino, francese o tedesco,  poi passare all’ inglese e infine allo spagnolo. Che fare poi nella scuola per mantenere e sviluppare la conoscenza delle lingue studiate? Non tanto continuare a studiarle sine die, il che è controproducente, e nemmeno fare la manfrina dell’insegnamento di una materia in una lingua straniera, bensì usarle nello studio. In altre parole insegnare agli allievi a studiare anche raggiungendo e facendo uso di fonti nelle lingue che hanno appreso. E’ un’utopia? No, è qualcosa che si fa normalmente in molti Paesi del mondo.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Lingue straniere a scuola? Almeno tre; e non solo e non per primo l’inglese  

  1. Cisco22 ha detto:

    Diceva un Benedetto che il dialogo va bene se si tiene ferma l’identità. Ma con i suoi sermoni contro l’Italia come si può pensare di rafforzarne la lingua, primo segno di identità e appartenenza? Dopo 150 anni volete la distruzione d’Italia per avere le tasche più piene.

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