Dissesto idrogeologico: quello che si dovrebbe fare e che invece non si fa

Quelle calamità senza responsabili, Corriere del Ticino*, 15 novembre 2018

Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre quasi ogni anno l’Italia è colpita da calamità idrogeologiche: frane e alluvioni per lo più sempre nelle medesime zone (quasi mai in Lombardia e quasi sempre in Liguria, nella Toscana nord-occidentale e in Sicilia). E ogni volta si accende un fuoco di paglia di polemiche politiche e mediatiche che ogni volta si spegne senza lasciare tracce.

Si tratta di eventi naturali inevitabili oppure di conseguenze dell’incuria dell’uomo? La risposta non è comunque semplice. Secondo una classica definizione sin qui insuperata, una calamità naturale è “l’esito dell’impatto di un evento naturale intenso e poco frequente con un certo grado di sviluppo e un certo tipo di organizzazione sociale e politica”. Un sisma della medesima entità causa qualche ferito in Giappone e invece qualche centinaio di morti in Guatemala. Un’eccezionale mareggiata provoca un afflusso di curiosi in cima alle dighe litoranee dei Paesi Bassi e invece migliaia di vittime tra i poverissimi che abitano in Bangladesh nelle aree golenali del delta non governato del Gange.

L’Italia è uno dei paesi europei maggiormente interessati da fenomeni franosi, con 620.808 frane che interessano un’area di 23.700 km2, pari al 7,9% del territorio nazionale. Secondo il Rapporto 2018 dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale, in Italia sono a rischio di frane e a rischio di alluvioni oltre il 60 per cento del territorio della Valle d’Aosta e dell’Emilia-Romagna; tra il 20 e il 30 per cento di quello della Toscana, della Campania, e della Provincia Autonoma di Trento;  tra il 10 e il 20%  di quello di Molise, Abruzzo, Liguria, Lombardia, Piemonte, Marche e Friuli Venezia Giulia.

Le zone a grave  rischio idrogeologico  ammontano complessivamente a 50.117 chilometri quadri, pari al 16,6%del territorio nazionale. Si aggiunga poi che circa un terzo dell’Italia è zona sismica. In particolare sono a elevato rischio sismico la Liguria occidentale, il Friuli, la dorsale appenninica dell’Italia centrale, la Calabria, la Sicilia. L’unica regione italiana dove la terra non trema mai è la Sardegna.

Per tornare alla definizione di cui si diceva  l‘ Italia è senza dubbio molto esposta a “eventi naturali intensi e poco frequenti”.  Dunque il problema c’è. Resta però da capire  come mai l’Italia lo affronti in modi che non sono affatto all’altezza del suo grado di sviluppo (Pur se gli incendi che in questi giorni stanno devastando zone abitate della California dimostrano che  negli Stati Uniti, la maggiore economia industriale del pianeta, le cose possono andare anche peggio).

La risposta è complessa perché implica questioni di tipo tanto politico e amministrativo quanto culturale. In estrema sintesi si può però dire che ancora una volta molto se non moltissimo dipende dall’ intrico di competenze che caratterizza il sistema istituzionale italiano.  A causa di esso nessuna autorità politica e nessuno vertice della pubblica amministrazione sono mai pienamente responsabili di qualcosa. Le catastrofi non risultano perciò mai colpa di nessuno perché dalle successive indagini giudiziarie ogni volta emerge come in effetti le cose sempre stanno in Italia: ossia che nessuno aveva nella  circostanza  quei pieni poteri da cui derivano tanto l’efficacia delle decisioni quanto l’eventuale colpa di non averle prese. Quanto generale sia questa situazione trova conferma — osserviamo qui per inciso — nel caso del viadotto autostradale crollato a Genova nello scorso agosto.

La pretesa di tenere separati il potere di raccogliere le imposte da quello di gestirne la spesa, e il proliferare di organi di controllo burocratico tanto sostanzialmente inefficaci  quanto irresponsabili delle conseguenze generali dei loro interventi, sta provocando in Italia un sempre più diffuso ridursi dell’attività di governo alla semplice ordinaria amministrazione.  Ciò è particolarmente nefasto nel caso della politica del territorio che per natura sua implica flessibilità, iniziativa e decentramento delle decisioni.

Più che twitter, dichiarazioni televisive, e al massimo decreti, occorrerebbero riforme generali della macchina dello Stato nel segno della democrazia reale e dell’autonomia responsabile.  Non si è però ancora trovata una forza politica disponibile a impegnarsi in un’impresa così difficile e ingrata. Difficile perché implica lo scontro con una quantità di forti interessi parassitari, e ingrata perché destinata a produrre frutti che politicamente  verranno raccolti  non tanto da chi semina ma più che altro dai suoi successori.

 

*Quotidiano della Svizzera Italiana
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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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