Parigi ma non solo. Un movimento popolare autentico che merita di non finire in un populismo senza respiro

Adesso che ha raggiunto Parigi, l’ondata di risentimento anti-giacobino, che da circa due anni percorre il mondo, comincia finalmente ad apparire per quello che è, ossia una svolta storica. Qualcosa che non si può più spazzar via con una semplice secchiata di luoghi comuni.

Il tentativo — che molti autorevoli commentatori fanno in questi giorni — di spiegare il fenomeno con criteri obsoleti come quelli di destra e di sinistra, dà  risultati patetici. Ci si permetta di ricordare che fummo tra i primi a rendercene conto (cfr. ad esempio in questo stesso sito “Il successo planetario dei leader «impresentabili»: quali buone ragioni, quali luci e quali ombre”, 6 novembre 2016).  Da allora in poi abbiamo continuato a seguire attentamente il fenomeno, che ci è sembrato per molti versi analogo alle insorgenze anti-giacobine che scossero i domini napoleonici sia in Italia che altrove. Inserendo appunto le parole “insorgenza anti-giacobina” nella finestrella del motore di ricerca interno al sito, che si vede  qui sopra a destra, si possono ritrovare vari commenti pubblicati al riguardo in questi anni.

Come già accadde  giusto cinquant’ anni fa con il Maggio Francese, poi passato alla storia col nome di ’68, anche questa volta il fenomeno ha trovato in Francia, a Parigi, tanto la sua grande ribalta internazionale quanto il luogo della sua compiuta manifestazione. Ciò detto i due fenomeni sono assai diversi. Il ’68 fu una rivolta tutta interna all’ élite: uno sconto fra la sua vecchia cuspide liberale-conservatrice e la nuova generazione radicale-progressista che ne voleva prendere il posto. Ad di là di tanti dettagli fu questa la sostanza dello scontro, che trova oggi lampante conferma nei suoi esiti di lungo periodo.

Quanto sta accadendo ora è invece qualcosa di ben di  più. Si tratta in sostanza di una specie di rivolta di massa contro l’élite borghese-progressista in generale e contro la sua cultura politica. Le parole d’ordine delle varie mobilitazioni sono eterogenee fino alla stravaganza, ma acquistano una loro logica e una loro organicità non appena le si mettono a confronto con quello che si potrebbe definire il catalogo del  polically correct.  “Le élite sono preoccupate della fine del mondo, noi siamo preoccupati della fine del mese”: questo slogan ferocemente critico di una certa visione  catastrofica dei mutamenti climatici, che così spesso è apparso sui cartelli dei gilet gialli francesi, è in proposito assai significativo.

Se poi si allarga lo sguardo a tutte le varie democrazie delle più diverse parti del mondo in cui il movimento si è affermato – dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Asia all’America Latina — si vede che in esso luci e ombre s’intrecciano in modo intricato. Ed è questo più che mai il caso del nostro Paese, che dopo gli Usa è il più importante Stato in cui forze di questo segno sono già al governo.

Siamo di fronte all’esplodere di un  disagio profondo che poi sfocia dove e come può, secondo quel che trova o non trova. E’ un’insorgenza grezza e non priva di ambiguità fin che si vuole,  ma alla sua radice c’è una domanda autentica. E’ nella sostanza un movimento popolare nel senso più vero e originario del termine che merita perciò di venire aiutato, in tutta la misura del possibile, a non naufragare sulle secche di un populismo senza orizzonti e senza respiro; quindi a lungo termine incapace  di realizzare stabilmente quanto promette.

 

9 dicembre 2018

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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