Governo gialloverde: la brutta figura  inevitabile e quella che invece si può e si deve evitare

Non da adesso ma ormai da diversi anni il bilancio dello Stato  italiano viene dettato  dalla Commissione di Bruxelles, vertice tecnocratico non eletto dell’Ue, al governo di Roma, che poi lo gira al Parlamento per un voto che di fatto è semplicemente una ratifica. L’unica novità di quest’anno è che l’attuale governo ha provato a dire la sua, mentre quelli precedenti obbedivano senza fiatare.

All’ attuale governo si può solo rimproverare, come già avemmo modo di scrivere, di aver suonato la carica con giovanile baldanza prima di essersi adeguatamente preparato allo scontro. Un ordine costituito può essere obsoleto e nocivo finché si vuole, ma per definizione sa molto bene come restare comunque saldo in sella. Quindi il governo avrebbe fatto meglio a rimandare lo scontro all’anno venturo. Questo però non toglie che la vista in tv di  Pier Carlo Padoan che si straccia le vesti perché il governo Conte si è fatto dettare il bilancio dalla Commissione (come se lui non avesse fatto lo stesso quando era ministro dell’Economia di Renzi prima e di Gentiloni poi) configuri quasi un caso di oltraggio al comune senso del pudore.

Quella che il governo giallo-verde ha fatto in questi giorni al Senato è senza dubbio una ben magra figura; e un’altra non meno magra è in programma dopo Natale quando sul bilancio (che in Italia si usa, chissà come mai, chiamare “manovra”) sarà chiamata a votare la Camera. Non poteva andare peggio, ma non poteva nemmeno andare diversamente. A tale  inevitabile testata contro il muro  se ne aggiungerebbe però un’altra, questa volta evitabile, se nei mesi che ci separano dalle elezioni europee di maggio i partiti al governo si riducessero a non fare altro se non una lunga campagna elettorale.  E’ un tempo di cui invece si devono anche  e soprattutto servire per dimostrare che sanno governare. In tale prospettiva la Lega ha in particolare due grosse carte da giocare, una in politica interna e l’altra in politica estera.

In politica interna si tratta di uscire dall’ambiguità puntando senza riserve mentali alla piena concessione della maggiore autonomia alle tre Regioni che l’hanno richiesta, ovvero la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna. Tenuto conto del suo peso specifico e dell’esperienza di buona amministrazione che la Lombardia ha accumulato, ciò in pratica  significa fare di essa il motore principale non soltanto dell’economia ma anche dell’ammodernamento dell’amministrazione dello Stato italiano. Se ben motivato e ben governato, tale processo infatti non soltanto giova alle tre Regioni direttamente interessate ma può pure  trasformarsi in un volano di sviluppo generale dell’intero Paese.

Si tratta in politica estera di aiutare il resto dell’Unione Europea a rendersi conto che la presidenza Trump segna la fine dell’atlantismo; e che quindi l’Europa deve ritrovare un proprio ruolo internazionale diverso da quello di vecchia zia degli Stati Uniti in cui si è cullata già per troppo tempo. Sorprende che, dopo decenni di polemiche e di lotte contro l’ “imperialismo americano”, i più preoccupati nostalgici dell’atlantismo siano oggi proprio gli eredi di coloro che ai tempi del voto per il Patto Atlantico misero a soqquadro per settimane sia il Parlamento che il Paese. E che alla notizia dell’inizio del disimpegno di Washington dalla Siria si disperino proprio quelli che scesero in piazza alla notizia dell’intervento americano.

Non c’è niente di male, ma anzi molto di bene in questo nuovo orizzonte. Implica però fra le altre cose l’avvio di una politica volta a riscoprire le relazioni con l’area mediterranea e con l’Oriente europeo come risorsa e non come problema:  una svolta in cui il nostro Paese non può che avere un ruolo di primo piano. In tale prospettiva occorre tuttavia un’azione ragionata e sistematica come la può fare soltanto la Farnesina con un ministro degli Esteri adeguato e con pieni poteri. Non soltanto una politica estera portata avanti a pezzi e bocconi un po’ dal premier, e un po’ da questo o da quel membro di peso del governo per influente che sia.

24 dicembre 2018

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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