Crisi dell’italiano: un problema serio di cui occorre cominciare ad occuparsi

Sarebbe ormai il caso di dichiarare lo stato di crisi della lingua italiana. Tra le lingue europee nessun’altra è così gravemente invasa e inquinata da parole inglesi come la nostra. Beninteso, il prestito mirato di parole da altre lingue è un fenomeno antico, naturale e positivo. Oggi però siamo ben al di là di questa soglia: siamo infatti all’inutile introduzione di parole e di espressioni inglesi al posto di parole ed espressioni italiane equivalenti. Tanto per fare qualche esempio: sold out al posto di esaurito, live al posto di diretta, play off al posto di eliminatoria, mouse al posto di cursore, mailing list al posto di indirizzario, e così via. Si tratta in realtà non di un arricchimento bensì di un vero e proprio impoverimento culturale Tra l’altro perché la parola straniera entra nell’uso italiano con un significato assai più ristretto di quello che ha nella lingua cui appartiene, e senza il carico di nessi e di evocazioni che avrebbe la parola italiana equivalente.

Il culmine di tale inquinamento si registra in settori come l’informatica e l’informazione economica, ma sono sempre più numerosi gli ambiti in cui al di là delle parole e dei verbi più comuni il lessico diventa in sostanza inglese. Il fenomeno è tanto più preoccupante in quanto è sintomo da un lato di un’insufficiente conoscenza del lessico italiano ma dall’altro e soprattutto di una grave lacuna culturale, ovvero l’incapacità di passare dalla parola al concetto e viceversa. Per tradurre infatti da una lingua all’altra, ovvero per reperire la parola giusta nel lessico della propria lingua materna, occorre aver chiaro il concetto, l’idea che si vuole esprimere. Soprattutto nelle nuove generazioni siamo invece di fronte a un numero crescente di persone cui più che capire la realtà delle cose interessa reagire quanto più in fretta possibile ai segnali ricevuti dalla Rete. In tale prospettiva verificare se un certo termine inglese ha una sua adeguata traduzione in italiano diventa  una pura e semplice perdita di tempo.

Viene così scambiata per un segno di vivacità quello che in effetti è tanto causa quanto conseguenza di un grave e talvolta  irreparabile indebolimento della capacità di riflettere e quindi di pensare. Diversamente da ciò che molti credono infatti l’anglicizzazione dell’italiano corrente non è per nulla una forma di ammodernamento e di efficace apertura al mondo in cui viviamo. Non meno del dilagare nella scuola dell’inglese come unica lingua straniera insegnata (o peggio ancora impiegata come lingua veicolare) è un modo sicuro per spingere il nostro Paese sulla via di un’integrazione subalterna, “coloniale” nel mondo globalizzato in cui viviamo. Qualcosa cioè che non ci conviene da nessun punto di vista. Non ci conviene da un punto di vista pratico e immediato perché  se si tratta di fare gli americani, diremo alludendo a una famosa vecchia canzone di Carosone, gli americani riescono comunque a farlo meglio di noi. E non ci conviene da un punto di vista strategico perché nel mondo globalizzato di oggi un Paese come il nostro regge il confronto soltanto nella misura in cui si caratterizza e caratterizza la propria produzione con ciò che ha di specifico. Quindi valorizzando e proponendo la propria cultura, e non autoassegnandosi un ruolo periferico e indistinto.

A quanto pare non ci si rende ancora abbastanza conto di come l’anglicizzazione dell’italiano corrente sia poi un pessimo segnale per chi guarda con interesse all’Italia dall’ esterno. Dà infatti l’idea che gli italiani stessi non abbiano molta stima per la propria cultura, cosa evidentemente assai poco incoraggiante per degli stranieri che guardano a noi con simpatia. Non a caso lingue nazionali europee anche relativamente con pochi parlanti, e con un patrimonio letterario assai modesto rispetto a quello dell’italiano, come ad esempio il finlandese o l’islandese, restano accuratamente immuni dall’alluvione di termini inglesi; e questo benché in Finlandia o in Islanda l’inglese sia in pratica una seconda lingua. A due passi da noi è pure esemplare il caso dello sloveno, che è pure una lingua con neanche due milioni di parlanti.

S’impongono ormai da un lato una presa di coscienza dello stato di crisi dell’italiano, e dall’altro pure un impegno della pubblica amministrazione a tutela del primato dell’italiano in quanto lingua ufficiale della Repubblica. Sarebbe ad esempio giusto esigere che in ogni pubblica scritta, da quelle dei negozi a quelle sulle fiancate dei furgoni e degli autocarri, l’italiano precedesse ogni altra lingua. Paradossalmente, osserviamo per inciso, ciò viene richiesto solo nell’Alto Adige – SüdTirol dove, trattandosi di un territorio in cui la maggioranza degli abitanti è di lingua tedesca, si tratta per di più di una pretesa ingiustificata. La Rai, sempre pronta a giustificare la valanga di soldi che ci costa levando la bandiera della sua pretesa “pubblica utilità”, avrebbe in materia un ruolo da svolgere in cui in effetti non si impegna per nulla.

Non si discute sul fatto che oggi occorre conoscere l’inglese; anche se, come già avemmo modo di scrivere ( si veda in questo stesso sito Lingue straniere a scuola? Almeno tre; e non solo e non per primo l’inglese ), saperlo è necessario ma nient’affatto sufficiente. Tra l’altro la conoscenza approfondita e consapevole della propria lingua materna è la base necessaria per imparare  delle lingue straniere presto e bene. Pertanto l’invasione di parole inglesi nell’italiano corrente e lo studio scolastico prematuro e spesso pasticciato di tale lingua non soltanto non sono di aiuto ma anzi risultano essere di ostacolo a quel plurilinguismo ( e non semplice bilinguismo italiano/inglese) che i nostri tempi tornano ad esigere, come diverse altre volte già accadde nella storia.

 

29 dicembre 2018

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Crisi dell’italiano: un problema serio di cui occorre cominciare ad occuparsi

  1. Condivido in pieno questo articolo, che trovo aureo e sottoscrivo in ogni punto. E, cominciando dal titolo, per passare dai lamenti all’azione sto provando a fare qualcosa di concreto con molte iniziative, prima di tutto un luogo virtuale che raccolga e classifichi tutti gli anglicismi affiancandoli da alternative italiane e sinonimi in circolazione o comunque esistenti e possibili. L’ho chiamato il dizionario AAA Alternative Agli Anglicismi, ed è disponibile in Rete gratuitamente per favorire la consapevolezza linguistica nello scegliere come parlare. Ogni alleato nella mia battaglia e missione, in qualunque forma, è il benvenuto. Un saluto.

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