La Lega di Salvini: un partito che ormai non ha più nulla da temere, se non se stesso

 L’alleanza di governo tra due forze come il Movimento 5 Stelle e la Lega – che sono unite dal comune interesse a spazzar via il vecchio ordine costituito della politica italiana, ma hanno poi due filosofie e due progetti opposti — non può ovviamente essere né definitiva né facile. L’accordo programmatico su cui si basa tale alleanza consiste ovunque possibile in una serie di reciproche concessioni  molto bilanciate, e per il resto in un carosello di parole che si risolve nel rinvio sine die di qualsiasi decisione.

L’obiettivo, come si sa, era quello di andare avanti il più possibile per avere tutto il tempo necessario per diventare rispettivamente la forza dominante del centrodestra (la Lega) e del centrosinistra (il Movimento 5 Stelle).  Resta da vedere tuttavia quanto l’urgenza della situazione lo consentirà. Non è infatti questo il momento in cui un governo può permettersi di saltellare sul posto a tempo indeterminato.

Nel futuro prevedibile la scena sarà comunque dominata dalla Lega e dai 5 Stelle. Anche se non dovessero sparire del tutto, Forza Italia e il Pd, con i loro rispettivi alleati minori, non saranno più alla ribalta. Resteranno ai margini come rappresentanti di un mondo ancora presente ma al tramonto. La partita si gioca dunque tra Lega e 5 Stelle. Quindi è in tale direzione che occorre guardare. A grandi linee, e pur nel quadro di confusioni e di contraddizioni sia in un campo che nell’altro, la Lega è un partito liberale, autonomista, insomma “girondino”, radicato tra i ceti produttivi, e quindi soprattutto anche se non soltanto nel Nord. Il Movimento 5 Stelle invece è un partito radicale, statalista, insomma “giacobino”, radicato su chi confida in primo luogo nella protezione e nell’assistenza statale, quindi radicato soprattutto anche se non soltanto nel Sud.

Lo spirito dei tempi e la forza della demografia dovrebbero giocare a favore della Lega anche a prescindere dal peso del rispettivo carisma politico dei due leader. Resta però da vedere in che misura la spinta positiva della forza delle cose potrà pesare di più della spinta negativa dei limiti che la Lega ha al proprio interno. In estrema sintesi questi limiti sono due: il demone di un centralismo e di uno statalismo di ritorno che da sempre serpeggia nel suo sottosuolo in piena contraddizione con i suoi connaturati ideali federalisti e autonomisti da un lato; e dall’altro la mancanza di una cultura e quindi di un disegno di politica estera che vada al di là della grande lite di pianerottolo all’interno dell’Unione Europea. Sin dall’origine, e tanto più nella fase in cui la Lega brandiva la bandiera della secessione, una bella fetta del mondo leghista si cullava in un pericoloso equivoco, quello secondo  cui il centralismo e lo statalismo fossero cattivi non in quanto tali ma perché di casa a Roma; e che quindi una volta spostati in Padania sarebbero diventati buoni. Adesso che la Lega è al governo a Roma e  che si è caratterizzata come un partito non più regionale ma nazionale, il rischio che quel demone esca dal suo sottosuolo è tutt’ altro che remoto. Se ciò fosse può anche darsi che ciò le sia utile per vincere qualche battaglia, ma poi di certo le farà perdere la guerra. Se infatti la carta che sotto sotto vuol giocare è quella del centralismo e dello statalismo allora chi la sa giocare meglio è il Movimento 5 Stelle. Non c’è bisogno della Lega per questo.

In tale prospettiva la prova cruciale sarà la vicenda dell’ulteriore autonomia a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Già è partita male: si sono avanzate richieste di ampliamento delle competenze a norma dell’art. 116 della Costituzione  senza farle precedere o almeno accompagnare di pari passo dall’avvio dell’attuazione dell’autonomia fiscale a norma all’art. 119. Tutta la storia delle istituzioni insegna invece che l’autonomia è effettiva solo quando in primo luogo è fiscale. Se poi il negoziato fra il governo e le tre Regioni andrà avanti per le lunghe e sarà deludente allora sarà chiaro che la Lega ha preso la strada sbagliata.

L’altro cruciale limite è, dicevamo, la mancanza di un disegno di politica estera di ampio respiro, tale fra l’altro da aprire prospettive di autentico sviluppo anche a quei territori dove altrimenti  troppi sono costretti a sperare in un miraggio avvelenato come il reddito di cittadinanza e cose simili. Di questo però parleremo meglio un’altra volta.

3 gennaio 2019

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a La Lega di Salvini: un partito che ormai non ha più nulla da temere, se non se stesso

  1. Giorgio Cavalli ha detto:

    Grazie Robi. Sempre puntuali le tue consiferazioni.
    Due domande:
    1- pensi che questo braccio di ferro di Salvini (per di più nei toni usati sui social, che fanno di ogni immigrato uno sfruttatore della “pacchia”) con i sindaci sul decreto sicurezza possa favorire una cultura dell’accoglienza ragionevole e sussidiaria e una cultura dell’autonomia locale?
    2- nel tuo ultimo capoverso parli di politica estera o (come sembrerebbe) di politica interna?

    • Robi Ronza ha detto:

      Risposte:
      1- Ovviamente no, ma ciò che più mi preoccupa in questa vicenda è la disinvoltura con cui questi sindaci si auto-attribuiscono il potere di scegliere quanto applicare e quanto non applicare la legge.
      2- Mi spiegherò meglio quando metterò specificamente a tema la questione, ma posso già confermare che si tratta di politica estera.

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