Cesare Battisti finalmente in carcere, e le cose ben più importanti cui pensare

C’è qualcosa di schizofrenico nella cronaca italiana di questi giorni su cui occorrerebbe cominciare seriamente a interrogarsi. Le pessime notizie sull’andamento dell’economia, pubblicate qualche giorno fa dall’Istituto Centrale di Statistica, Istat, sono rapidamente sparite dalla scena mediatica senza innescare alcun serio ed esteso dibattito. In compenso le prime pagine dei giornali e dei telegiornali sono alluvionate da un fiume di informazioni sulla cattura in Bolivia e sulla estradizione e successiva reclusione in Italia del terrorista pluriomicida Cesare Battisti, nonché sul pur drammatico afflusso di migranti irregolari attraverso il Mediterraneo.

Nell’un caso come nell’altro si tratta in effetti di un’enfasi del tutto sproporzionata all’importanza obiettiva degli eventi. Della cattura di Cesare Battisti dopo decenni di latitanza, per di più beffardamente ostentata, non si può ovviamente che essere soddisfatti, ma basta così. Anche su persone che si sono comportate come fiere non è umano infierire. E in quanto all’afflusso di migranti irregolari si tratta di un fenomeno che pur non cessando di essere drammatico risulta ormai in forte declino. Piuttosto sarebbe ora di cominciare a capire che si tratta del sintomo di un male — ossia l’insopportabile divario tra il mondo industrializzato e i Paesi meno sviluppati dell’emisfero Sud —  riguardo a cui la loro incondizionata accoglienza non è affatto un rimedio ma anzi una pessima cura.

Diciamo ancora una volta che, relativamente ai Paesi da cui provengono, questi migranti disperati sono persone tra le più preparate, intraprendenti e dotate di mezzi, che in altre condizioni sarebbero state utili motori di sviluppo della loro patria. Fermo restando il dovere morale del pronto soccorso, da cui però non deriva alcun dovere morale di una definitiva accoglienza, resta il fatto  che politicamente occorre innanzitutto puntare al blocco di questi flussi e allo sviluppo dei Paesi d’origine di questi migranti. Non a caso  più volte conferenze episcopali e singoli vescovi africani hanno lanciato appelli in tal senso, senza stranamente trovare eco qui da noi.

Lascia invece senza parole, dicevamo, la fulminea scomparsa dalla scena mediatica delle notizie sulla crisi dell’economia e in particolare dell’industria italiana con la produzione scesa nello scorso novembre ai minimi degli ultimi quattro anni, e con il declino  sia  degli investimenti delle imprese che dei consumi delle famiglie. E’ un declino che si registra anche in tutti gli altri maggiori Paesi dell’Europa occidentale, compresa la Germania ( – 1,9%), ma con – 2,6% l’Italia è ahimè di gran lunga al primo posto. Dei 13 principali settori manifatturieri italiani soltanto 3, quelli relativi alla produzione alimentare,  risultano in progresso su base annua. L’Italia rischia perciò di entrare in una fase di recessione “tecnica”: una situazione che secondo alcuni autorevoli analisti “potrebbe prolungarsi fino alla prima metà del 2019, in particolare se la crescita della zona euro continuerà a deludere”.

In questo quadro nemmeno la notizia, venuta ieri da Detroit, della possibile riduzione degli investimenti di Fiat Chrysler Automobiles, Fca, nel nostro Paese riesce a conquistare le prime pagine. Nemmeno insomma questa ulteriore mazzata all’economia e quindi alla vita di un intero popolo riesce a scavalcare la cronaca in dettaglio dell’arrivo di Battisti al carcere di Oristano, la girandola del dibattito sulla gestione politica della sua cattura, e la pur indubbia odissea dei migranti sui gommoni imposta quale unica urgenza morale della nostra vita civile.

D’altra parte un’ulteriore specifica schizofrenia dell’Italia ufficiale è quella relativa all’automobile. Siamo uno dei Paesi dove nacquero l’auto e l’industria automobilistica, siamo il Paese più motorizzato d’Europa e quello che inventò le autostrade (inaugurata nel 1926, la Milano-Laghi è la più antica autostrada del mondo); eppure ormai da decenni nel nostro Paese  la guerra all’auto è di rigore. Stampa e intellighenzjia fanno a gara nel parlarne male e qualunque politica volta a precluderne l’uso a favore del trasporto pubblico raccoglie comunque grandi applausi; il che è tanto più paradossale se si tiene conto che senza il gigantesco gettito delle imposte sull’auto e sui carburanti il finanziamento del trasporto pubblico, che è gravemente passivo, diventerebbe insostenibile.

dalla rituale relazione trimestrale sull’andamento di Fca, presentata lo scorso 30 novembre a Londra dal successore di Sergio Marchionne, l’inglese Mike Manley, era apparso chiaro quanto la quota di produzione degli stabilimenti italiani del Gruppo fosse ormai esigua. Adesso, dopo l’introduzione di una nuova “ecotassa” nel bilancio 2019 dello Stato italiano, Manley si è affrettato a dire che il piano di investimenti per 5 miliardi di euro nelle fabbriche italiane del Gruppo  per il triennio 2019-20121 verrà ridimensionato; e quindi anche il relativo piano di pieno impiego di tali fabbriche entro il 2021.  Di fronte a una minaccia del genere sarebbe stato ragionevole attendersi in Italia una generale levata di scudi. Invece niente. Ci sono altre cose molto più importanti cui pensare.

15 gennaio 2018

 

 

 

Annunci

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Diario e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Cesare Battisti finalmente in carcere, e le cose ben più importanti cui pensare

  1. Cesare Chiericati ha detto:

    La transizione alla trazione elettrica o quanto meno a quella ibrida, pur felicemente avviata da alcune case automobilistiche, è e sarà ancora per molti anni un fenomeno di nicchia. Nella fase di transizione sarebbe dunque ragionevole oltre che economicamente conveniente continuare a perfezionare i motori tradizionali già oggi miglioratissimi, anche in termini di emissioni, rispetto al recente passato. Invece ancora una volta sembra prevalere un approccio “ideologico” al problema senza tener conto della realtà dei fatti. Un male antico della nostra storia che ancora ha riflessi determinanti nella vita civile dell’Italia. Purtroppo in tutti i campi.

    • Morando Sergio ha detto:

      Sicuramente il futuro dell’auto è elettrico ma oggi e anche per chissà quanto tempo il parlare di auto elettrica non inquinante non corrisponde a verità semplicemente perchè quella energia la ricaviamo allacciandoci alla rete elettrica dove è generata da inquinanti centrali a carbone a da centrali ad energia atomica importata dall’estero non possiamo parlare da autovetture non inquinanti, anzi trasferiamo unicamente il problema dai centri urbani ma globalmente il problema inquinante rimane

Rispondi a Morando Sergio Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.