Le frecciate di Macron, le sparate di Di Maio e il nocciolo della questione

 La politica dell’Italia nel Mediterraneo, Corriere del Ticino*, 24 gennaio 1019

Tra i due vice-premier dell’attuale governo italiano, il leader dei 5 Stelle Luigi di Maio e il leader della Lega Matteo Salvini, ormai è una corsa a chi la spara più grossa contro la Francia. Aveva cominciato Salvini, ma visto che funziona in questi giorni ci si è messo anche Di Maio puntando il dito contro il franco Cfa, la moneta emessa e garantita da Parigi che è in uso in 14 Stati africani, per lo più ex-colonie francesi. Secondo lui il franco Cfa è una valuta neo-coloniale che alimenta il sottosviluppo. Dunque è una causa primaria dell’afflusso dei migranti irregolari che dall’Africa approdano in Italia. In effetti la grande maggioranza di tali migranti non proviene affatto dai Paesi dove ha corso il franco Cfa. Quindi, a parte ogni altra considerazione, è arduo caricare tale moneta di così gravi colpe. Non è però questo che conta nel mondo dei social media, dove dire subito qualcosa è molto più importante che non dire sciocchezze.

Aggiungendosi ad attacchi di analogo livello contro i vertici della Commissione Europea come pure contro leader di altri Stati, le uscite di Di Maio e di Salvini, evidentemente ispirate alla loro volontà di rincorrere il consenso in un certo tipo di elettori, riempiono la cronaca coprendo così la realtà della situazione, che è molto più seria. L’ormai quasi compiuto esodo degli Stati Uniti dalla scena europea genera di riflesso la ripresa in Francia (come analogamente pure in Germania) di ambizioni che si pensava appartenessero a un tempo ormai passato. Non da adesso ma da molto prima, da quando cioè nel 2011 la Francia del presidente Sarkozy  attaccò la Libia di Gheddafi provocando tutto lo sconquasso che ne è poi derivato, Parigi punta a riaffacciarsi in forze nel Mediterraneo non a fianco bensì  a spese dell’Italia.

Per meglio capire quale sia la posta in gioco occorre tener conto di un dato di fatto non sempre adeguatamente percepito. Sin dai tempi dell’ormai remota “Prima Repubblica” l’Italia ha, in particolare ma non solo nel Mediterraneo, una duplice politica estera: quella ufficiale del governo e quella parallela dell’Eni, il grande ente petrolifero di Stato. In forza di tale doppio binario per un verso il Mediterraneo è il luogo dei problemi; e oggi soprattutto del problema dei migranti irregolari via mare. Per un altro verso però, tramite l’Eni, è il luogo di grandi investimenti e di estese forme di collaborazione con vari soggetti statuali e anche non statuali della sua riva sud.

In Libia, dove l’Eni è presente dal 1959, tali investimenti e tali relazioni si sono sin qui dimostrati  così forti da vanificare tutte le ambizioni nutrendo le quali la Francia innescò nel 2011 la crisi culminata con la fine cruenta di Gheddafi e del suo regime. Costruito dalla Saipem in meno di due anni e in funzione dal 2004, l’Eni dispone del Greenstream, un suo gasdotto sottomarino lungo 520 chilometri che collega la costa della Libia alla Sicilia. Dei 10 miliardi di metri cubi di gas che l’Eni estrae ogni anno in Libia, 8 vanno in Italia tramite il Greenstream e due invece vengono consumati sul posto, dove alimentano tra l’altro le centrali che forniscono energia elettrica a tutta la Libia. Siccome il patto è che se qualcuno tocca i pozzi e i gasdotti dell’Eni tutta la Libia resta senza corrente ne consegue che nessuno li tocca né mai li ha toccati, nemmeno nel pieno della guerra civile.

A questa presenza in Libia si aggiunge la presenza dell’Eni in Egitto. Qui, in un’area di cui ha la concessione in acque territoriali egiziane, l’ente petrolifero italiano ebbe la buona sorte di trovare nel 2015 la più grande riserva di gas naturale (circa 850 miliardi di metri cubi) mai scoperta nel Mediterraneo. Nota con il nome di Zohr, è già in produzione dal dicembre 2017 e potrebbe diventare la base di un’industrializzazione dell’Egitto in cui l’Italia, grande produttore di macchine utensili, sarebbe ovviamente destinata ad avere un ruolo di primo piano.  L’Eni ha poi concepito un piano strategico di grande prospettiva: quello di collegare i suoi gasdotti trans-mediterranei con Cipro, che è uno Stato membro dell’Unione Europea e che, come già in altri settori, anche in questo potrebbe diventare un crocevia neutro di scambi tra Paesi arabi e Israele. E’ con dati di fatto di questa entità che si scontrano le ambizioni egemoniche di Parigi sul Mediterraneo. Al di sotto delle frecciate di Macron da un lato, e dall’altro delle ardite tesi di Di Maio sul ruolo del franco Cfa, è ben altro insomma il nocciolo della questione.

* Quotidiano della Svizzera Italiana

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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