Zamberletti, “padre della Protezione Civile”. La sua genialità fu tutt’altra, ed è quella di cui non si parla mai

Personaggio positivamente atipico della politica italiana, Giuseppe Zamberletti, morto ieri a Varese dove era nato nel 1933, merita un ricordo assai più ampio di quello oggi molto ripetuto di fondatore della Protezione Civile italiana; tanto più che la Protezione Civile di oggi ormai assomiglia ben poco a quella da lui immaginata e voluta.

Con i suoi funerali di Stato dopodomani a Varese, per i quali è annunciata la presenza sia del presidente della Repubblica che del presidente del Consiglio, verrà a ragione celebrato un uomo politico che fece onestamente cose egregie con grande efficacia; e anche con sorprendente distacco. Chi lo conobbe personalmente ebbe anche modo di apprezzarne lo stile semplice, diretto, e lontano da qualsiasi prosopopea  Non puntò alle massime cariche di governo, come avrebbe potuto in forza dei suoi successi. Uscita poi di scena la Democrazia Cristiana, il partito in cui si era formato, pur mantenendo una certa presenza nella vita pubblica lasciò definitivamente la scena della politica.

Ricordarlo però soprattutto come fondatore della Protezione Civile italiana, come fatalmente accade in questi giorni, finisce  non solo per essere un equivoco ma anche per lasciare in ombra ciò che di più originale c’è stato nella sua azione politica. A causa infatti della sin qui mancata riforma generale della macchina amministrativa dello Stato,  il Dipartimento della Protezione Civile, che opera in un quadro giuridico specifico e privilegiato, è divenuto una specie di strumento di amministrazione straordinaria cui si affidano compiti che vanno anche ben al di là dei motivi per cui è nato e dei limiti entro i quali dovrebbe operare. Si sente e ancora molto si sentirà in questi giorni lodare  Zamberletti  come colui che volle la Protezione Civile non solo come struttura di pronto intervento in caso di catastrofe, ma anche come organo di previsione e di gestione del rischio sismico e idrogeologico. E’ appunto questo secondo ruolo che, opportunamente gonfiato da un punto di vista sia giuridico che burocratico, ha trasformato il Dipartimento della Protezione Civile in ciò che oggi è, ossia in uno dei “burosauri” che con grande efficacia complicano e rallentano la ricostruzione delle aree terremotate.

La grande genialità di Zamberletti fu tutt’altra, ed è quella di cui non si parla mai. Fu quella di distinguere con chiarezza tra le fasi del primo soccorso e dell’emergenza da un lato e la fase della ricostruzione dell’altro. Per le prime due, per natura loro di tipo “militare”, occorre una struttura appunto di Protezione Civile, pre-organizzata, in certo modo centralizzata, e dotata di pieni poteri. Quando invece viene il momento della fase successiva, quella appunto della ricostruzione, gli organismi esterni devono ritirarsi e la responsabilità della ricostruzione deve tornare nelle mani dei diretti interessati ossia delle istituzioni e della società civile delle zone colpite.

Questo è appunto ciò che tipicamente Zamberletti fece in Friuli nel 1976  per incarico del governo del tempo,  presieduto da Aldo Moro. In forza di un apposito decreto poté operare nella fase dell’emergenza come un vero commissario straordinario (non come gli pseudo-commissari nominati dopo i recenti terremoti dell’Italia centrale). Vincolato al solo rispetto “dei principi generali dell’ordinamento giuridico” e disponendo di un fondo di 70 miliardi di lire a lui affidato “in gestione autonoma e fuori bilancio”, operò con poteri vastissimi. Non appena però si giunse alla fase della ricostruzione,  Zamberletti si  ritirò lasciando il passo alla Regione,  ai Comuni e in primo luogo alle famiglie e alle imprese. Fu questo il modello organizzativo, poi mai replicato, che fece della rinascita delle aree del Friuli colpite dai terremoti del 1976 il caso di successo che sappiamo. Era dunque la sua una filosofia del tutto diversa da quella oggi alla base dell’attuale Dipartimento della Protezione Civile. Più che mai in questi giorni vale la pena di ricordarlo.

27 gennaio 2019

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Zamberletti, “padre della Protezione Civile”. La sua genialità fu tutt’altra, ed è quella di cui non si parla mai

  1. Cisco22 ha detto:

    Oggi la protezione civile si ammanta di nobiltà ma è ormai diventata il gran sindacato dei potentati locali. Se la cantano anche quando invece della prevenzione arrivano dopo che le persone sono morte. Come a Rigopiano. E nessuno potrà fare nulla contro l’ennesima casta italiota.
    C’ha provato Bertolaso. Hanno dato una casa antisismica agli abitanti de L’Aquila, ma appena cominciato a parlare di gerarchia è stato trombato!

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