Bene Conte a Belgrado, ma quando ad Algeri non a mietere allori ma a tagliare reticolati (e a dare una mano alla Sardegna)?

L’odierna visita del premier Conte a Belgrado è una buona notizia. Significa che almeno ogni tanto questo governo riesce ad alzare la testa al di sopra della nuvola di polemiche di corto respiro in cui sta immerso e a fare anche politica estera. E’ pur vero che si trattava di una visita soprattutto celebrativa di intensi rapporti economici che già ci sono, ma senza dubbio c’era anche dell’altro.

La Serbia è un Paese vicino (Belgrado è a un’ora e mezza di volo da Roma) con cui abbiamo intensi rapporti economici. Ne siamo il secondo fornitore dopo la Germania e prima della Cina. E ne siamo  il primo acquirente, seguiti dalla Germania, anche se questo primo posto è “drogato” dal fatto che in Serbia, a Kragujevac, si trova lo stabilimento della Fiat che produce la 500 L, il suo prodotto di maggior successo. Molto di questa importazione è perciò costituito dal fiume di 500 L,  italiane di cittadinanza ma non di nascita…, che la Fiat porta un Italia da quel grande stabilimento. A parte la Fiat — che dobbiamo ormai abituarci a considerare solo la filiale italiana di una multinazionale americana — è forte in Serbia anche la presenza di grossi gruppi realmente italiani. IntesaSanpaolo e Unicredit detengono il 27,7 per cento del mercato bancario, Delta Generali e SAI-Fondiaria il 34,1% di quello delle assicurazioni. Nel Paese sono poi molte e importanti le fabbriche che producono abbigliamento per Benetton,  calze per Calzedonia, Pompea e Goldenlady, calzature per Geox. In campo alimentare Ferrero sta facendo grossi investimenti.

Paese chiave dell’area danubiana, la Serbia, con la quale fummo tra i primi a instaurare rapporti diplomatici non appena nel 1879 comparve sulla scena internazionale, non è ancora membro dell’Unione Europea. E’ necessario che lo diventi, beninteso nel quadro di una definitiva pacificazione dei suoi rapporti con la Slovenia e la Croazia, che ne fanno entrambe già parte. Che lo diventi è anche di importanza strategica per noi, dal momento che la storia e la geografia destinano l’Italia ad essere il primo motore  dell’ ammodernamento dell’economia della regione. Se stabilizzata e adeguatamente infrastrutturata, l’area adriatico-danubiana  si avvierà infatti verso un grande sviluppo cui il nostro Paese può dare con comune vantaggio un decisivo contributo.  Conte ha promesso a Belgrado un forte impegno di Roma per un non lontano ingresso della Serbia nell’Ue. C’è da augurarsi che non si tratti solo di parole. E c’è poi da considerare che ciò implica anche un’opera di facilitazione dell’appianamento degli ardui rapporti tra Serbia e Kosovo, nonché di quelli meno complessi ma comunque non facili tra Serbia e  Croazia.

Bene dunque questa attenzione del nostro attuale governo verso il vicino Sudest, verso l’area adriatico-danubiana, purché non sia troppo sbilanciata verso la Serbia, ma tenga adeguatamente conto pure di tutti gli altri Paesi dell’area. Resta invece ancora da vedere un’attenzione non meno forte verso il vicino Sudovest, ossia verso il Maghreb di cui, con i suoi 34 milioni di abitanti e i suoi quasi 4300 dollari di reddito pro capite, l’Algeria è il centro.

La nuova candidatura per un quinto mandato del vecchio e infermo presidente uscente Abdelaziz Bouteflika, in carica dal 1999, sta provocando una crescente ondata di proteste popolari che potrebbero sfociare in una crisi politica catastrofica. La Francia, di cui l’Algeria fu una colonia dal 1830 al 1962, non può intervenire senza subito suscitare pericolosi risentimenti. L’Italia, che è un grosso importatore di gas algerino e ancor più potrebbe diventarlo, avrebbe tutti i numeri per facilitare attivamente una transizione non rovinosa da Bouteflika al dopo-Bouteflika. Potremmo in cambio  investire molto e bene nello sviluppo industriale di cui l’Algeria ha urgente bisogno per disinnescare la “bomba” sociale costituita dalla sua enorme disoccupazione giovanile. E potremmo pure riprendere in considerazione il progetto del gasdotto Galsi che dovrebbe collegare direttamente l’Algeria alla Toscana attraversando anche la Sardegna, finora l’unica regione italiana senza gas di rete. Nel novembre 2017 la Commissione Europea l’aveva depennato dall’elenco dei progetti di importanza strategica ma impegnandosi a rivederlo proprio quest’anno.

Tra l’altro una crescita del benessere in Algeria, che dipende dall’estero per buona parte del proprio fabbisogno alimentare, giocherebbe molto a favore della Sardegna che produce carne ovina e cereali adatti al couscous, due elementi base della dieta alimentare degli algerini. Già adesso si registrano esportazioni dirette via mare di questi prodotti dalla Sardegna all’Algeria  (solo meno di 300 chilometri separano il porto di Cagliari da quello algerino di Annaba, l’antica Ippona di cui sant’Agostino fu vescovo). In tal caso potrebbero però aumentare in misura assai considerevole fino a fare del Paese magrebino un mercato principale per l’agricoltura e la zootecnia sarde.

6 marzo 2019

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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