Bene la Via della Seta, ma non  come ce la sta proponendo la Cina: con l’Italia ai margini e  l’India tagliata fuori

La nuova Via della Seta è stata già riaperta cinque anni fa, da quando iniziò il collegamento ferroviario regolare fra la città cinese di Chongqing e la città tedesca di Duisburg. Per farsi un’idea di quanto nella sostanza siano pretestuose le polemiche che si sono accese in Italia, e fra Italia e Stati Uniti, a proposito della riapertura in forma moderna di questo storico itinerario commerciale basti considerare questo dato di fatto.

Dal 2014 treni merci transcontinentali percorrono regolarmente in circa 13 giorni gli 11.179 chilometri che separano Chongqing da Duisburg  passando attraverso le province cinesi dello Yunnan e del Xingjiang, quindi la Russia, la Bielorussia, la Polonia e infine la Germania. D’altro canto tra i Paesi  fondatori dell’Asian Infrastructures Investment Bank,  promossa dalla Cina per finanziare la gigantesca operazione, ci sono tre Stati membri del G 7:  non solo infatti l’Italia ma anche la Germania e la Francia.  A tale banca il nostro Paese aderì nel  luglio 2016 per decisione del governo Renzi.  E ne sono membri i più diversi  Paesi dell’Asia e dell’Europa: dall’Afghanistan all’Islanda, da Malta alla Cambogia. Quest’anno  la sua assemblea annuale, in programma per i prossimi 12-13 giugno, avrà luogo in Lussemburgo.

La riapertura della Via della Seta è senza dubbio una svolta di importanza epocale: chiude un’epoca iniziata nel secolo XV quando Spagna e Portogallo, anche sul traino della scoperta dell’America, riuscirono con successo a spostare i grandi itinerari commerciali a lunga distanza dalla terra ferma agli oceani. Tuttavia, diversamente da allora, i percorsi via terra e via mare non sono più alternativi tra loro. Lo sviluppo degli scambi è oggi divenuto tale che c’è spazio sia per gli uni che per gli altri. Quindi l’ostilità degli Stati Uniti è al riguardo sostanzialmente ingiustificata.

Mi si permetta a questo punto di ricordare ancora una volta, non senza una certa civetteria, che risale al 1984 un mio libro dal titolo La nuova Via della Seta, con prefazione di Tiziano Terzani, in  cui auspicavo ciò che infine sta cominciando ad accadere adesso.  Lo auspicavo però come un possibile “assetto mondiale degli anni ‘90” ;  e ben  diversamente sarebbero andate le cose se tale operazione fosse stata avviata allora per iniziativa dell’Europa, e in particolare dell’Europa mediterranea. L’hanno avviata  invece 25 anni più tardi la Cina e la Germania (cfr. Cina e Germania riaprono (finalmente) la “Via della Seta”, ma tagliando fuori l’Italia, 21 marzo 2015).

Siamo perciò oggi nella non gradevole ma inevitabile condizione di chi è costretto alla rincorsa. D’altra parte restare in un angolo a braccia conserte sarebbe peggio. Così come ora si sta delineando, la riapertura della Via della Seta ha due cruciali difetti: corre troppo a Nord  e taglia fuori l’India. Entrambe  le cose non ci convengono: come prima economia del Sud Europa abbiamo tutto l’interesse a che la variante mediterranea della nuova Via della Seta non sia secondaria; e in nome non solo nostro ma di tutta l’Europa dobbiamo fermamente evitare che l’India venga tagliata fuori.

L’emarginazione se non l’esclusione dell’India da tale processo non ci conviene per due motivi, l’uno economico e l’altro culturale, ma entrambi molto importanti: in primo luogo l’India ha un futuro economico-sociale più promettente di quello della Cina, e in secondo luogo è la più popolosa democrazia del mondo, mentre la Cina è del mondo il più popoloso regime autoritario.  Tutto ciò considerato, occorre che il controllo tecnico e finanziario dei nostri porti resti nelle nostre mani e che l’India non sia lasciata ai margini.  Stando così le cose il nostro governo fa bene a schierarsi a favore della riapertura della Via della Seta  purché non si riduca ad aderire al progetto cinese a scatola chiusa.

 

13 marzo 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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4 risposte a Bene la Via della Seta, ma non  come ce la sta proponendo la Cina: con l’Italia ai margini e  l’India tagliata fuori

  1. Tonino ha detto:

    Caro Robi,
    sto rileggendo il tuo libro (con dedica) “La nuova via della seta” che mi regalasti 35 anni fa!
    Da una parte mi rattrista (e demoralizza) constatare quanto tempo sia dovuto passare prima che le “menti” che ci “guidano” (toto orbe terrarum!) si ri-ponessero il problema, ma dall’altra sono contento che un profeta abbia la possibilità -da vivo- di vedere (almeno) presa in considerazione la sua profezia! “Ad majora” e alla buon’ora (speriamo!).
    Un caro saluto dal tuo amico Tonino.

  2. Cisco22 ha detto:

    Il porto di Taranto doveva essere la Porta del Sud, ma gli interessi particolari e la demonizzazione dell’interesse nazionale hanno azzoppato tutto (come col rigassificatore della puglia, grazie al settore energetico delegato alle regioni). Il sud pianga se stesso. Gli unici a cui interessa l’Italia sono gli americani che hanno paura di vedersi soffiare via una loro colonia. Per non essere preda della Cina il sovranismo oggi è l’unica risposta.

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