Globalizzazione: le questioni aperte e le risposte di Francesco Botturi

Fino a ieri, e almeno per due secoli (ovvero dalla Rivoluzione francese al crollo del Muro di Berlino), quello che si è consumato sulla scena pubblica dell’Occidente, e quindi del mondo, è stato un grande scontro di forze sociali e/o politiche organizzate sulla base di esperienze consapevoli e di idee esplicite, seppur  spesso degradate in ideologie.

Al di là di tutto ciò che di brutto si può giustamente dire di questa epoca appena tramontata, di bello c’è tuttavia che allora sia i confronti che gli scontri erano espliciti, descrivibili e consapevoli. Oggi invece il campo è per lo più dominato da grandi forze anonime: da processi che nessuno teorizza filosoficamente, che pochi elaborano culturalmente e cui nessuno dà esplicita rappresentanza politica, ma che sono non meno prepotenti delle ideologie dei secoli XVIII-XX.  Mi domando se non siano questi i Principati e le Potenze di cui scrive san Paolo nel cap. 6 della lettera agli Efesini, in un passaggio che un tempo mi sembrava enigmatico, e che invece adesso trovo drammaticamente attuale.

Si deve perciò essere molto grati al filosofo Francesco Botturi, già ordinario di filosofia morale all’Università Cattolica di Milano, per il suo libro, Universale, Plurale, Comune, che Vita e Pensiero ha pubblicato alla fine dello scorso 2018. Con i “percorsi di filosofia sociale” che in questa sua opera delinea Botturi comincia infatti ad aprire un varco nella selva oscura che a causa dei principati e delle potenze di cui si diceva è presto cresciuta in quella pianura libera e infinita che la globalizzazione sembrava stesse aprendo. Diciamo subito che Universale, Plurale, Comune è un libro breve ma di non facile lettura per chi, come me, ha una modesta cultura filosofica. Vale tuttavia la pena di fare la fatica che si esige per entrare nel suo linguaggio.

La globalizzazione — osserva Botturi in “Una chiave di lettura”, la nota introduttiva del suo libro — ha una pretesa universalizzante senza confronti nella storia. D’altra parte in modo diretto o indiretto i grandi poteri tecnologici e finanziari gestiscono ormai segmenti sempre più ampi della cosa pubblica. I popoli sono sempre più in balìa di un capitalismo internazionale dominato da mercati finanziari senza regole.

Invano, nella sua forma compiuta di tecnocrazia, la globalizzazione tende perciò a presentarsi come la soluzione generale e definitiva del problema della pace, dello sviluppo umano e in genere di tutti i problemi cruciali del nostro tempo. “Il globo delle tecnologie”, osserva Botturi, non è infatti “il mondo delle relazioni”. L’universalità tecnologica funziona al livello dei mezzi, delle strutture, dell’efficienza, ma non a quello della convivenza e dei suoi motivi. A livello sociale riemerge pertanto un’istanza di comunità che non è affatto regressiva. È qualcosa che nasce non dalla nostalgia di un passato che comunque né torna né può tornare, bensì dal desiderio di abitare il “mondo della vita”; e perciò dalla ricerca di tutto quanto occorre  per ricostruire una società civile consapevole e adeguata al nuovo ruolo storico che le si prospetta.

La tecnocrazia non è infatti in grado di sostituire la politica né tanto meno la democrazia. Resta però il fatto che la tecnostruttura porta con sé un’oggettiva tendenza alla concentrazione del potere, anche politico, con la quale occorre fare i conti. “Una chiave di lettura” si conclude poi con alcune utili puntualizzazioni a proposito di  concetti-chiave tra cui quelli di bene comune, di società civile e di comunità.

Il bene comune non è in quanto tale né un bene generale né un progetto etico-sociale. È invece il fine comune di vita buona per tutti i soggetti in quanto associati. Diversamente da quanto pretende lo Stato moderno, il bene comune non è dunque il bene totale. Fondamento e scopo della società è il bene comune così inteso. La società politica è al servizio della società civile e del suo bene. È a tale fine, e nei limiti di tale fine, che si giustifica la sua pretesa di normare e di regolare la convivenza. Ci sono insomma dei campi del bene, e di certo non dei meno importanti, che in ogni caso sfuggono alla dimensione politica e quindi allo Stato. Società civile e comunità sono diverse l’una dall’altra in quanto alle funzioni, ma in continuità fra loro. La prima trova nella seconda il proprio codice genetico.

Confrontandosi con tutti i maggiori pensatori contemporanei in materia — da J. Rawls a J. Habermas, da A. MacIntyre ad A. Sen — Botturi prosegue poi il suo ragionamento  con un denso primo capitolo. Il suo titolo, “L’inglobante secolare: secolarizzazione e universalità”, è di quelli che mettono a dura prova il proverbiale non addetto ai lavori. Merita però di venire letto attentamente: vi si spiega infatti con grande  chiarezza quanto la crisi profonda in cui ci troviamo sia in sostanza una conseguenza del fatto che la modernità ha spinto ai margini l’umanesimo cristiano senza però riuscire a sostituirlo con niente  che fosse altrettanto capace di universalità. I quattro successivi capitoli sono quindi dedicati ad approfondimenti specifici su temi come la laicità, il confronto tra l’universalismo neo-liberale e il particolarismo neo-comunitario, gli equivoci che oggi sorgono attorno ai concetti di pluralismo e di multiculturalismo e infine la crisi del legame sociale, della fiducia nell’altro e quindi della società, che caratterizza tempo in cui viviamo.

“Globalizzazione e istanza di comunità” è il titolo del capitolo 6,  il primo dei tre in cui si giunge al nocciolo della questione. Il capitolo si svolge in quattro paragrafi che qui sintetizzo:

1.Post-modernità e tecnocrazia. Essendo il prodotto di un’efficienza priva di principi e di valori accomunanti, la globalizzazione uniforma il mondo come mai prima era accaduto, ma non è in grado di accomunarlo. Impone una coesistenza estensiva a cui non corrisponde tuttavia una corrispondente convivenza intensiva. Perciò non è sinonimo di pace. Implicando una riconfigurazione dei grandi poteri apre anzi la via a conflitti di un carattere e di una gravità senza precedenti.

Nel contesto della globalizzazione l’integrazione socio-economica e la pluri-culturalità tendono a entrare in conflitto tra loro. La prima infatti preme verso un’omogeneizzazione che si scontra con la varietà delle culture. In tale quadro, perciò, più che una risorsa e una ricchezza sociale tale varietà diventa un problema che la tecnostruttura tende a risolvere trasformando la tecnica in un superiore valore universale.

È un processo favorito dalla poderosa pressione delle esigenze che la tecnostruttura porta con sé. Il suo carattere elitario, il suo bisogno di ingenti risorse umane e finanziarie per la ricerca, lo sviluppo e la commercializzazione delle nuove tecnologie spinge verso la massima concentrazione possibile alla scala planetaria dei poteri tecnico, economico, finanziario e militare. Come a suo tempo lo Stato moderno si impose a spese delle comunanze familiari, corporative e territoriali, così oggi la tecnostruttura si sta imponendo a spese degli Stati.

2.Modello tecnocratico e democrazia.  Al problema del primato della potenza tecnica, che mette in crisi la pretesa di sovranità dello Stato moderno, la tecnocrazia tenta di dare una risposta politica in termini di efficienza. La comunità politica tradizionale si dissolve sotto la spinta da un lato della globalizzazione delle istanze delle persone e dall’altro di una vita sociale localistica in cui il confronto su valori fondamentali non entra più in gioco. In questo vuoto avanza nel postmoderno una tecnocrazia senza radici democratiche. La vita sociale si polarizza fra Stato e mercato, mentre la società diventa un intreccio fra economico e politico rispetto a cui il civile è ridotto a sfera privata.

3.Uniformità e universalità. Universale e uniforme vengono confusi come se il secondo fosse l’attuazione del primo. In realtà invece sono due cose ben diverse: il primo è apertura di senso mentre il secondo è soltanto l’esito di processi tecnico-produttivi e gestionali.

4. Istanza di comunità. La statualità moderna era nata con Hobbes su un presupposto anti-comunitario, sulla paura dell’altro. Continuando in fondo sulla stessa strada, la globalizzazione produce oggi “un’omologazione coatta” che all’apparenza sembra pacificante, ma nell’ambito della quale l’istanza comunitaria non può avanzare facilmente. Alla pretesa della tecnostruttura di dare senso all’esistenza storico-sociale non c’è alternativa se non nella rivalutazione del protagonismo del «mondo della vita». É questa la sfida che oggi ci si pone.

Da dove allora – osserviamo noi — si può ripartire? Finché si volge lo sguardo all’ordine costituito del potere e della cultura di massa, insomma al mondo delle grandi forze alla ribalta, a tale stato di cose non si trova oggi altra alternativa se non il deserto. Se però ci si volge alla realtà della vita di ogni giorno, si scopre invece che dal cuore di gente che non si arrende sorgono sempre nuove esperienze, nuovi fatti e nuove idee cariche di un desiderio di pienezza. È da qui che possiamo dunque ripartire.

Mentre  il capitolo 7, “Comunanza e comunità”, è dedicato al confronto e all’esame critico delle varie teorie comunitarie del secolo scorso in un excursus che va da Jacques Maritain ai pensatori più vicini a noi, la riflessione di Botturi giunge a compimento nel conclusivo capitolo 8, “Società politica e bene comune”.

Nel nostro tempo, egli osserva avviandosi a concludere, assistiamo insomma alla crisi della politica in quanto orizzonte universale, all’esaurimento della carica propulsiva delle soluzioni che nella modernità erano state date a tale problema.

Di fronte a questa crisi emergono due possibili alternative, che sono tra loro opposte e confliggenti. Una è l’equivoca universalità tecnocratica che nasce non da tradizioni di cultura sociale né da idee politiche accomunanti bensì da una struttura di potere meta-culturale e meta-sociale. L’altra è quella che J. C. Alexander chiama la sfera della «solidarietà sociale universale».

Questa seconda alternativa apre lo spazio a una società civile nuova rispetto a quella che ci eravamo abituati a concepire nella prima modernità. Si apre lo spazio per pensare il civile come ambito pubblico con una sua specifica fisionomia basata sul rilievo pubblico consapevole della sua plurima vita associativa. L’esistenza è infatti intessuta anche di beni che acquistano valore aggiunto proprio per il fatto di essere goduti insieme (beni relazionali); beni in cui si passa dall’avere in comune all’essere in comune.

A questo punto Botturi fa un passo ulteriore e molto interessante. Sdoppia infatti il concetto di bene comune in due distinti segmenti che chiama l’uno bene comune sociale e l’altro bene comune politico.

Per bene comune sociale egli intende quel bene relazionale che è comune a tutti i membri di una società in quanto tali. Per bene comune politico intende invece il bene comune della società nel suo insieme in quanto politicamente governata.

Non è il potere politico che istituisce il bene comune ma, al contrario, è il bene comune sociale che a un certo livello di complessità sociale richiede e legittima una auctoritas, un potere garante dell’istituzione permanente di uno spazio della comunicazione.

Dal bene della comunicazione deriva il confine della partecipazione politica: da essa infatti si esclude qualsiasi soggetto individuale o collettivo che non riconosca la dignità superiore della persona umana, l’uguaglianza del diritto, le libertà fondamentali, il primato della legge.

Il fine della politica —  vale la pena di ribadire ancora una volta — e quindi del bene comune politico, è «la buona vita umana della moltitudine». È quel bene umano che è in comune tra le persone in quanto vivono in società. La persona trascende tuttavia il suo vivere in società. Pertanto il fine della persona come tale non coincide con il bene comune politico, ma va anche al di là di esso.

Ciò implica un ulteriore passo in avanti rispetto al pensiero antico. Diversamente infatti da quanto Aristotile e Tommaso potevano immaginare guardando alla realtà delle loro rispettive epoche, nella condizione moderna, caratterizzata da una società non omogenea e conflittuale, la politica non ha come scopo di sua pertinenza la «vita buona» nel suo senso antropologicamente pieno, ma piuttosto la «vita buona sociale» e quindi la «società buona». La politica presiede alla pace, alla libertà e alla giustizia, ossia ai valori fondamentali per la convivenza civile, ma si ferma e deve fermarsi sulla soglia della sfera delle verità più alte e delle virtù più personali.

Per guidare i complessi e fondamentali processi storico-sociali del nostro tempo l’idea di bene comune − ulteriormente articolata così come si diceva − continua ad essere uno strumento forte. La sua persistenza e la sua incidenza implicano però, conclude Botturi, un tessuto comunitario mancando il quale essa non illumina più la ragion pratica, anzi diventa quasi incomprensibile. Il che significa, osserviamo, che a questo punto la palla passa dalle mani dello studioso, del pensatore a quelle dell’educatore, dell’autorità morale, del testimone, del maestro di vita e infine di ciascuno di noi. Un tessuto comunitario infatti non persiste né tanto meno rinasce se non c’è la persona, se non c’è un popolo.

7 maggio 2019

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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