La nuova “Guerra fredda” che incombe, e quello che l’Europa (se ci fosse) potrebbe fare per scongiurarla

Non mancano tante buone ragioni per farsi venire i brividi guardando al divario tra il determinante ruolo positivo che l’Europa potrebbe oggi avere nel mondo e l’attuale misera realtà dell’Unione Europea. Cascano poi ulteriormente le braccia se a tutto questo si aggiunge l’odierna modestia della politica estera di un Paese come il nostro che pur senza essere una super-potenza ha comunque un peso di primo piano nel Mediterraneo, cruciale  area di contatto tra Europa, Asia e Africa. E che in forza della sua eredità storica nonché della prossimità del suo centro politico con la Santa Sede ha tra l’altro un prestigio culturale e un ruolo simbolico di livello mondiale, anche se la sua classe dirigente ne è ben poco consapevole.

In questi ultimi giorni il vertice di capi di stato dell’area nord-atlantica avvenuto tra Inghilterra e Francia sullo spunto del 75° anniversario dello sbarco in Normandia e quello quasi contemporaneo a Mosca tra Vladimir Putin e Xi Jinping nel 70° anniversario dell’avvio delle relazioni tra Unione Sovietica e Cina di Mao, sono venuti a ricordarci come il sistema delle relazioni internazionali si stia riorganizzando; e quanto sarebbe importante  che  l’Unione Europea cessasse perciò di essere un nano politico. Questo non solo perché quando si è un gigante economico non ci si può permettere di rimanere un nano politico senza diventare ben presto una gigantesca preda, ma anche per ragioni che vanno pure oltre il campo della…legittima difesa.

La comparsa sulla scena del 5G (= Quinta Generazione), la nuova rete telematica planetaria, capace di decine di megabit al secondo per decine di migliaia di utenti nonché di centinaia di migliaia di connnessioni simultanee senza fili lungo tutto il loro percorso, ha innescato uno scontro tra potenze che è senza precedenti. Dalla Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti erano usciti tenendo saldamente in pugno le due leve fondamentali del potere imperiale nel nostro tempo: facendo cioè del dollaro la base del valore di tutte le altre valute convertibili e garantendosi il controllo planerario della telecomunicazione. La prima di queste due leve ha cominciato a incrinarsi nel 2002 con la nascita dell’euro, che ha messo in crisi il ruolo fino ad allora esclusivo del dollaro come moneta di riserva: un primato che la valuta americana era riuscita a mantenere anche dopo la rinuncia nel 1971 alla sua parità con l’oro stabilita a Bretton Woods nel 1944.  La seconda viene messa in discussione adesso dalla Cina con il tentativo della Huawei, il suo colosso del settore, di sviluppare in proprio una rete 5G.

L’accusa in base alla quale gli Stati Uniti del presidente Trump sono scesi in campo contro questa iniziativa è un po’ patetica. Trump accusa la Cina di volersi avvalere dell’eventuale rete 5G della Huawei a fini di spionaggio e di condizionamento dei flussi di informazione nel mondo. L’accusa è insomma di voler fare ciò che gli Usa, grazie al loro attuale monopolio nel settore, stanno facendo da sempre. Come europei possiamo trovare più simpatico di venire spiati dagli amici americani che dalla Cina, il più grande regime autoritario dell’epoca, ma è tutto lì. Sempre di spionaggio si tratta. Fatto sta che per Washington il totale dominio della telecomunicazione è irrinunciabile. La Huawei è un grosso acquirente di strumenti di alta tecnologia americana, senza i quali è dubbio che possa costruirsi una sua propria rete 5G. Di qui la decisione di Trump di ordinare il blocco di tali vendite, cui la Cina ha risposto rilanciando la sfida. Fra i circa trenta accordi che Putin e Xi Jinping hanno firmato lo scorso 5 maggio a Mosca, il più importante è infatti un contratto tra la Mts, la principale azienda russa attiva nel campo della comunicazione, e la Huawei  con cui quest’ultima si impegna a collaborare allo sviluppo delle tecnologie 5G in Russia e a costruire in territorio russo reti sperimentali di tale livello già entro il 2020.

In questo contesto, caratterizzato dal braccio di ferro per il controllo di un potere tecnico-politico ormai gigantesco, il rischio di una nuova Guerra fredda, questa volta fra Stati Uniti e Cina, sta divenendo serio. E’ impressionante infatti vedere quanto, in pieno contrasto con la reciproca interdipendenza che è tipica del mondo globalizzato in cui viviamo, le grandi potenze del momento stiano tornando verso una filosofia della contrapposizione, dell’ “o voi o noi” oggi tra l’altro materialmente insostenibile. Sovvengono allora al riguardo alcune pagine davvero profetiche del filosofo-teologo italotedesco Romano Guardini, uno dei giganti del pensiero del secolo XX. Nel suo celebre discorso del 1962 sul tema “Europa: realtà e compito” (cfr. Romano Guardini, Europa, compito e destino, Morcelliana 2004), a proposito di chi può affrontare il problema fondamentale della nostra epoca, ossia quello del governo dell’enorme potere generato dallo sviluppo tecnico contemporaneo, mancando il quale il mondo rischia la catastrofe, Guardini osserva che “Non sembra sia l’America (…) La storia di questa grande terra è troppo breve per questo (…)”, il suo spirito è troppo legato “alla fede in un progresso universale e sicuro”. Aggiunge però che neppure l’Asia è all’altezza di tale compito: “Certo la sua storia è antichissima”, osserva,”ma essa sembra separarsi da questo passato e precipitarsi sulle nuove possibilità” con entusiasmo un po’ acritico.

“Credo che qui ci sia un compito”, egli conclude, che è affidato particolarmente all’Europa: “ la sua storia, che dura da tremila anni, conduce con andamento ininterrotto fino al più recente sviluppo della scienza e della tecnica. Essa non ci si è gettata dentro con un salto, ma l’ha prodotta; così ha avuto tempo di abituarvisi” e anche “ha avuto tempo di perdere le illusioni” al riguardo. Secondo Guardini perciò all’Europa è affidato il compito storico della critica della potenza. “L’Europa”, egli continua, “ha prodotto l’idea della libertà (…) ad essa soprattutto incomberà, con sollecitudine per l’umanità dell’uomo, pervenire alla libertà anche di fronte alla propria opera”.  Nel concreto del nostro presente mi pare che la previsione di Guardini sia quanto mai attuale.

Solo l’Europa – e non bastano certo a supplire alla sua assenza singoli Paesi, anche se si tratta della Germania o della Francia —  sarebbe in grado di intervenire positivamente per  moderare gli attriti tra Usa e Cina e per riequilibrare le relazioni internazionali nel loro insieme allontanando così il rischio di una nuova Guerra fredda. Sarebbe in grado se ci fosse, ma per il momento non c’è. L’Unione Europea infatti non è l’Europa. E’ un fenomeno da baraccone: un gigante economico e un nano politico per di più volutamente immemore della propria storia e della propria cultura. Bisogna rifarla, e per rifarla davvero occorre rinegoziare i suoi trattati istitutivi, ossia proprio ciò che la Commissione e la sua burocrazia non vogliono assolutamente. Si prospetta pertanto una battaglia nè facile e forse nemmeno breve. Tanto più quindi varrebbe la pena di cominciarla subito.

 

 

7 giugno 2019

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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