La maldestra riforma delle Province, un’infelice eredità del governo Renzi cui occorre rimettere mano

 La pasticciata situazione delle Province italiane, Corriere del Ticino*, 10 luglio 2019

Cunette ai bordi delle strade spesso invase dall’erba tagliata di rado e male, terrapieni ricoperti di boscaglia, cartelli indicatori stradali mal tenuti e magari sbilenchi, pavimentazioni rifatte in qualche modo: entrando in Italia il peggioramento della manutenzione delle strade provinciali salta agli occhi. E’ una conseguenza della crisi delle Province, la cui principale competenza è appunto quella delle numerose strade che da loro prendono il nome.

L’artefice principale del pasticcio fu Matteo Renzi, ma è doveroso ricordare che a dargli il via non fu lui bensì Mario Monti già nel 2012. La macchina amministrativa dello Stato italiano ha bisogno urgente di grandi riforme, ma le Province non ne sono di certo il problema principale. Il grosso dello spreco si concentra nei ministeri romani, che nessuno osa mai toccare. Come bersaglio invece le Province vanno benissimo proprio perché pesano relativamente poco in termini sia di personale che di risorse. Monti stava preparandosi a ridurne i bilanci e le competenze quando il suo governo cadde, ma fu Matteo Renzi a farne la prima bandiera del grosso progetto di riaccentramento dello Stato italiano cui egli mirava e che causò la fine del suo governo.

Senza dubbio le Province erano da riformare, ma abolirle non aveva senso. Tanto Renzi era invece sicuro di far passare la sua riforma costituzionale, poi invece uscita sconfitta dal referendum popolare del 4 dicembre 2016, che cominciò a demolire le Province, la cui abolizione faceva parte di tale riforma, ancor prima di avviarla. Continuando l’operazione messa in moto dal governo Monti oltre a ridurne le risorse (le Province italiane non hanno quasi risorse finanziarie proprie, ma dipendono da stanziamenti che ricevono dallo Stato). il governo Renzi stabilì che i loro organi sarebbero stati eletti non più dal popolo bensì dall’assemblea dei sindaci dei Comuni che ne facevano parte. Insomma le decapitò politicamente. Volle poi creare le Città metropolitane, previste dalla Costituzione ma mai istituite. Non volendo o non potendo però disegnarne ex novo il territorio e dare loro lo specifico statuto che sarebbe stato necessario, si limitò a ribattezzare “Città metropolitane” le Province con una grande città come capoluogo. Accade così, per citare uno dei casi più divertenti, che la Città metropolitana di Torino si estenda fino agli impervi 3841 metri sul livello del mare del monte Monviso, e che la Città metropolitana di Milano comprenda piccoli comuni agricoli che gravitano su Lodi e non invece ad esempio Saronno che a Milano è strettamente collegata.

Nel frattempo, visto l’incerto futuro delle Province e delle loro competenze, tutti quei loro impiegati che potevano farlo trovarono il modo di trasferirsi nelle amministrazioni regionali o di grandi Comuni. Il personale delle Province si è così dimezzato, ma mentre continuava a restare in capo ad esse la loro principale competenza, ossia le strade provinciali. I fatti stanno però dimostrando ciò che in realtà è sempre stato ovvio, ovvero che in linea generale un’istituzione democratica intermedia tra Comune e Regione è utile in un paese come l’Italia. La Provincia va dunque ripensata ma non abolita. Dopo tutta la campagna che è stata fatta contro di essa per la classe politica diventa però difficile fare marcia indietro, e prima ancora aprire un serio dibattito sulla sua riforma.

In origine il territorio delle Province coincideva poi con quello delle Prefetture, organi di decentramento e di  polizia dell’amministrazione statale con a capo il Prefetto, alto funzionario direttamente dipendente dal ministro dell’Interno. Sia nell’Italia liberale pre-fascista che tanto più durante il fascismo il vero capo della Provincia è il Prefetto. Dopo la fine del fascismo e la nascita della Repubblica italiana le cose cambiano, ma non a caso Provincia e Prefettura continuano quasi sempre ad avere sede in un medesimo edificio. E d’altra parte sulla loro comune circoscrizione si sono poi rimodellate quelle di una quantità di organi e associazioni: dalle Camere di Commercio alle associazioni sindacali, dai partiti alle più diverse società di rappresentanza economica, civile, culturale. Adesso molto dello sconquasso è già stato fatto: fra le altre cose tale coincidenza è spesso venuta meno con contraccolpi negativi su una pubblica amministrazione già abbastanza confusa. Ancora una volta non resta dunque che sperare nel fatto che spesso  l’ape italiana continua a volare anche quando ha perso le ali.

*Quotidiano della Svizzera Italiana

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a La maldestra riforma delle Province, un’infelice eredità del governo Renzi cui occorre rimettere mano

  1. michelecrt ha detto:

    Verissimo. La Lega ha annunciato (speriamo che seguano i fatti e non ci sia il solito boicottaggio grillino) di restaurare la provincie. Magari, però, non chiamiamole provincie. Tra le conseguenze della legge Del Rio la smobilitazione delle Polizie provinciali, unico ente con compiti di sorveglianza ittica e faunistica. In tempi di moltiplicazione di fauna nociva con un organico azzerato o quasi non è possibile controllare piccioni, nutrie, cormorani e simili pestilenze

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