La strana vicenda della petroliera sequestrata nello Stretto di Hormuz. E il ruolo possibile dell’Italia.

La vicenda della petroliera britannica Stena Impero — sequestrata dai pasdaran mentre era in navigazione nello stretto di Hormuz – aggiunge un altro capitolo a una lunga storia sempre dai vaghi contorni. Una strana nebbia informativa avvolge costantemente le notizie che riguardano tale Stretto, via  d’ingresso del Golfo che un tempo veniva chiamato Golfo Persico, che gli arabi ora vogliono venga chiamato Golfo Arabico e che perciò in sede internazionale viene chiamato Golfo senza ulteriori precisazioni.

Vediamo perciò di fornire alcuni dati di base, utili a chiarire la situazione nei limiti del possibile. Dallo stretto di Hormuz  transita il 35 per cento di tutto il petrolio greggio trasportato via mare nel mondo. Perciò lo stretto non è mai stato chiuso, nemmeno quando erano in corso non solo crisi ma anche guerre fra i Paesi rivieraschi del Golfo. Il motivo è semplice:  tutti quanti questi Stati vivono di esportazione di idrocarburi. Nessuno di essi può permettersi di bloccare le rotte delle petroliere, e più che mai l’Iran. Con oltre 81 milioni di abitanti, e un grado di sviluppo (un reddito pro capite pari nel 2017 a 5.415 dollari) sufficiente a farne un consistente consumatore di derivati del petrolio, l’Iran non ha raffinerie quante gliene occorrerebbero per soddisfare il proprio mercato interno. Siamo così al paradosso di un grande produttore di petrolio che deve importare dall’estero buona parte della benzina e degli altri derivati del petrolio che consuma. Il rimedio a tale stato di cose è uno storico ma mai sin qui raggiunto obiettivo strategico del suo governo. Nel 2016  la National Iranian  Oil Refining and Distribution Company, Niordc, aveva annunciato un piano per aumentare la propria capacità di raffinazione di oltre il  70 per cento entro il 2020. Per questo avrebbe però bisogno di circa 14 miliardi di dollari di investimenti nonché  di macchinari e di capacità tecniche che vanno reperti sul mercato internazionale, ovvero in pratica in Occidente.

E’ questo il nocciolo della questione, di cui mai si parla. L’Occidente tiene  l’Iran  sul cordino negandogli i macchinari e gli investimenti che gli consentirebbero di rimediare al paradosso di cui sopra, e l’Iran reagisce come può e come sa: con la minaccia di dotarsi di una propria capacità di produzione di energia nucleare, con il sostegno di forze insurrezionali nel Vicino Oriente, e adesso con incidenti e attriti nel cruciale stretto di Hormuz.

La sfida iraniana alle grandi potenze, in sostanza agli Usa, è tuttavia sin qui relativamente molto cauta. Delle petroliere sono state colpite dal fuoco di navi leggere non della Marina Militare iraniana ma dei pasdaran, i “Guardiani della Rivoluzione”, ossia la milizia para-militare del regime khomeinista al potere a Teheran. Quella del sequestro della Stena Impero è pure una mossa assai mirata. La nave è un piccola petroliera da 30 mila tonnellate battente bandiera britannica, e l’operazione è stata giustificata come una rappresaglia per il blocco a Gibilterra, avvenuto all’inizio di questo mese,  di una petroliera carica di greggio iraniano che si ritiene fosse in rotta verso la Siria.

La Gran Bretagna ha una base navale nel Golfo dove trovano attualmente appoggio una fregata e quattro dragamine. La fregata, che aveva già respinto un precedente arrembaggio a un’altra petroliera britannica, nel caso della Stena Impero è invece giunta sul posto troppo tardi. E’ probabile che la vicenda possa a un certo punto risolversi con uno scambio tra il rilascio della petroliera bloccata a Gibilterra e quello della petroliera bloccata nello stretto di Hormuz.

E’ chiaro che il vero obiettivo dell’”escalation” in corso sono gli Stati Uniti del presidente Trump, che un anno fa annunciò l’uscita di Washington da un trattato firmato nel 2015 con l’Iran che era stato voluto dal suo predecessore Barak Obama. Gran Bretagna, Germania e Francia, che invece non intendono uscirne, con un comunicato congiunto hanno adesso invitato Stati Uniti e Iran alla moderazione. Nel loro comunicato i tre Paesi affermano che “I rischi sono tali che è necessario che tutte le parti interessate si fermino e considerino le possibili conseguenze delle loro azioni. Crediamo sia giunto il momento di agire responsabilmente e di cercare i modi per fermare l’escalation e riprendere il dialogo”.

Al di là della vicenda resta il problema, aperto sin dalla caduta nel 1979 del regime dello Scià Reza Pahlevi, del posto dell’Iran khomeista nel contesto internazionale. Da allora gli Stati Uniti lo stringono in un assedio strategico che comunque da ormai  quarant’anni il regime sta sostenendo con successo; e malgrado tutto l’economia dell’Iran cresce in questo periodo di circa il 4 per cento all’anno. Pretendere di isolare un Paese di tali dimensioni, situato in una posizione cruciale a cavallo tra Medio ed Estremo Oriente, non ha senso né da un punto di vista politico né da un punto di vista economico. E’ evidente che tutte le iniziative aggressive dell’Iran, dal programma nucleare al sostegno agli Hezbollah nel Vicino Oriente, sono leve che Teheran tira per cercare di ottenere quelle risorse e tecniche e finanziarie indispensabili al suo sviluppo che Washington impone gli vengano negate. Non sarebbe forse meglio esplorare la possibilità di un reale e serio accordo di smobilitazione di tali iniziative in cambio di un’equilibrata cooperazione occidentale alla crescita dell’Iran? In questa prospettiva anche il nostro Paese avrebbe una parte da giocare, forte della buona memoria lasciata in Iran dall’Eni di Enrico Mattei. Purché ovviamente avesse un disegno di politica estera.

20 luglio 2019

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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