La crisi della lingua italiana: un problema che sarebbe meglio non trascurare

Anglicismi: quando il troppo stroppia, Corriere del Ticino*, 7 agosto 2019

Sorprende quanto  passivamente in Italia la cultura e i ceti dirigenti stiano subendo l’ingiustificata invasione di parole in inglese che hanno ormai trasformato l’italiano corrente quasi in una lingua creola. A quanto pare troppi pensano che il fenomeno sia un segno di brillante adeguamento al mondo globalizzato in cui viviamo. Non invece, come in effetti è, sintomo di un processo di integrazione subalterna di tipo neo-coloniale.

Come è noto quanto meglio si conosce una lingua straniera tanto meno si tende a mischiarla con la propria. Perciò, diversamente da come poi molti sembrano credere, l’anglicizzazione dell’italiano corrente non è affatto un segno di apertura alla conoscenza dell’inglese o di altre lingue straniere. In Italia, dove la competenza in lingue diverse dalla propria è molto scarsa, l’anglicizzazione dell’italiano corrente diventa piuttosto un modo un po’ ingenuo per auto-assolversi dal fatto di parlare poco e male l’inglese o altre lingue straniere.

Beninteso, quando serve a designare un oggetto o un concetto che nella nostra lingua materna non ha ancora nome, come è ad esempio il caso di «computer»,  l’entrata della parola straniera nel parlato è per così dire un fatto fisiologico: il cappotto fu a lungo detto «paltò» e il vassoio «cabaret». Ci sono poi parole straniere entrate nell’italiano definitivamente, come ad esempio «sport» o «alt» (seppure avendo perso la ”h” iniziale) a causa del mancato successo dei loro sinonimi italiani «diporto» e «ferma». Finché si resta al di sotto di una certa soglia il fenomeno non è preoccupante. Oggi però nel caso dell’italiano tale soglia è stata ampiamente superata. L’equivalente in inglese viene sempre più spesso usato in sostituzione di parole italiane ben consolidate: ad esempio «esaurito» diventa «sold out» e «eliminatoria» diventa «play off».  Primeggia in questo processo di inquinamento linguistico la rete televisiva Sky Tv, filiale italiana di una multinazionale con base negli Stati Uniti, in cui ogni titolo e il nome di ogni possibile servizio è in inglese,  ma tutti gli altri media la rincorrono con ardore degno di miglior causa.

Sembra insomma che in Italia non si riesca a capire che il mondo globalizzato in cui viviamo esige il multilinguismo (a partire dalla conoscenza delle lingue del vicino), e non la trasformazione dell’inglese in una specie di swahili della modernità. Tra l’altro non è affatto vero che l’anglicizzazione diffusa delle lingue correnti sia una conseguenza irrefrenabile dell’internazionalizzazione. Si tratta in effetti di un fenomeno quasi solo italiano. Se ad esempio si guarda il foglietto di avvisi in varie lingue, che accompagna le cartucce dell’inchiostro per le stampanti Epson in vendita nell’area euro-mediterranea, ci si accorge che solo in italiano l’espressione “inkjet” resta in inglese. Risulta tradotta nelle altre maggiori lingue dell’Europa occidentale ( jet d’encre, Tintenstrahl, inyección de tinta);  e così pure, per quanto per parte mia riesco a capire, in quattro lingue slave, due scritte in caratteri latini e due in caratteri cirillici. Non saprei dire per quanto riguarda l’arabo perché purtroppo non riesco a leggerlo, ma immagino che non resti in inglese nemmeno lì.

Storicamente la mitizzazione della conoscenza dell’inglese trovò ufficiale conferma con la riforma della scuola italiana promossa da Maria Stella Gelmini, ministro dell’Istruzione del IV governo Berlusconi (maggio 2008 – novembre 2011),  con  l’attivo sostegno del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sostenitore della tesi delle tre “I”, secondo cui oggi tre sole cose conterebbero: l’inglese,  l’informatica e il saper fare impresa. Non mi soffermo qui sulle conseguenze negative di scelte del genere sul piano sia dell’insegnamento che dell’apprendimento che infine sull’immagine della cultura e quindi dell’economia italiana nel mondo. Rimando per questo a un ottimo libro, L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione, edito da Guerini e Associati nel 2017 a  cura di Maria Agostina Cabiddu, professore ordinario del Politecnico di Milano.

La spinta a questa svolta provinciale spacciata per cosmopolita venne, dicevamo, da un governo Berlusconi, ma le convinzioni che ne stanno alla base vanno ben oltre l’ambiente di Forza Italia. Fanno ormai parte del comune sentire di ampi strati sociali. Accade perciò che pure molte scuole non statali, che per statuto dovrebbero essere culturalmente originali, seguano l’onda; talvolta per deliberata scelta ma talvolta anche per rispondere a perentorie richieste dei genitori degli alunni.

*Quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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3 risposte a La crisi della lingua italiana: un problema che sarebbe meglio non trascurare

  1. Marina Di Marino ha detto:

    Dipende sempre da quanto si è disposti a lavorare e farsi deridere… Ma questa è un’altra cosa…

  2. cesare chiericati ha detto:

    Condivido in pieno.Oltre alla gratuita e “provinciale internazionalizzazione” della nostra lingua per interposto inglese, si assiste anche a un preoccupante degrado dell’italiano parlato e scritto. Da anni, per esempio,televisioni e radio non dicono ” e’ stata convocata una riunione” bensì, con involontaria comicità, “è stato convocato un tavolo”. I tavoli si fabbricano,si lavano, si lucidano, si verniciano, si spostano non si convocano, ma nessuno nelle redazioni radiotelevisive interviene.

  3. Sono totalmente d’accordo. Però vorrei smentire la diceria diffusa per cui “computer” non avrebbe avuto un corrispettivo in italiano, è priva di fondamenti storici, sino agli anni ’80 si diceva calcolatore, affiancato anche negli ultimi tempi con poco successo da “elaboratore” quando si è rivelato sempre più in grado di eleborare le informazioni, oltre a far calcoli. La regressione di queste parole (che convivevano con “cervello elettronico” e, sulla carta, anche da computatore e ordinatore sul modello di spagnolo e francese) è avvenuta con l’intrduzione dell’elaboratore personale, chiamato personal computer, da quel momento in poi le nostre alternative, esistenti e in uso, hanno ceduto il posto al “prestito sterminatore” inglese. Un esempio più calzante è invece quelo di “mouse” che se non agli esordi non abbiamo voluto tradurre con “topo”. Sulla “necessità” di chiamare in inglese ciò di cui non avremmo un nome ci sarebbe molto da discutere, e infatti tutti, tranne noi, lo hanno chiamato topo, souris in francese, rato/raton in spagnolo e portoghese, Maus in tedesco, oppure lo hanno adattato ai propri suoni e i giapponesi dicono “mausu”, altra strategia che in italia sembra improponibile. (Alt invece è tedesco). Un saluto.

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