Riscaldamento globale: chi non si allinea non ha diritto di parola

Il clima cambia, tutta colpa dell’uomo?, Corriere del Ticino*, 27 agosto 2019

 Persiste in Italia senza la minima crepa il muro di silenzio eretto attorno alla petizione — rivolta lo scorso 17 giugno da un gruppo di 92 autorevoli scienziati italiani al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – con cui si confuta la tesi della pretesa origine antropica, ossia umana, del cosiddetto riscaldamento globale ( cfr. in questo stesso sito La favola del riscaldamento antropico globale: le fragili basi scientifiche e le solide ragioni politiche ). I 92 scienziati, tra cui personalità note pure al grande pubblico come Antonino Zichichi, l’accademico dei Lincei Giuliano Panza, l’ex-vice ministro  Guido Possa e lo scrittore di saggi scientifici Roberto Vacca,  miravano ad aprire  finalmente il dibattito al riguardo, ma niente da fare. Nessuna risposta pubblica è sin qui venuta dal presidente della Repubblica e dalle altre alte cariche dello Stato italiano cui la petizione era indirizzata, nessun grande giornale o telegiornale ne ha mai parlato, nessun talk-show l’ha messa a tema. Viceversa non ha mai smesso, anzi negli ultimi mesi si è ulteriormente intensificata, la valanga quotidiana di notizie e di immagini usate per annunciare catastrofi ambientali prossime venture che l’uomo potrebbe evitare solo obbedendo alle indicazioni di una specie di governo mondiale non eletto formato da alcune agenzie dell’Onu e dai loro scienziati di riferimento.

Il motore principale di questa campagna è l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), un ente delle Nazioni Unite cui non si accede se non si condivide l’idea che il riscaldamento globale sia opera esclusiva dell’uomo. Purtroppo con largo successo l’IPCC impone oggi come indiscutibile tale tesi, peraltro in pieno contrasto con un criterio fondamentale della ricerca scientifica, secondo cui nel campo della scienza nulla può venire affermato come definitivo.  Adduce poi quale ulteriore motivo di indiscutibilità della sua tesi il consenso al riguardo della larga maggioranza degli scienziati. Al di là del fatto che tale “larga maggioranza” è artefatta, risultando in effetti da una larga censura di coloro che la pensano diversamente, in realtà ciò che vale in campo scientifico è la dimostrabilità di una determinata tesi. Ai tempi di Galileo Galilei la larga maggioranza degli scienziati era convinta che la Terra fosse piatta e che il sole le girasse attorno, ma non per questo Galileo aveva torto e i suoi colleghi avevano ragione.

I 92 scienziati concludono  perciò la loro petizione  auspicando “che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima”. Senza alcun reale impatto sul governo del clima, tale politica – affermano — avrebbe invece  gravi conseguenze negative sul piano socio-economico. Il clima sta cambiando, come già più volte è cambiato nella storia. E non è poi affatto detto che un aumento della temperatura media dell’atmosfera sia un disastro. Periodi di riscaldamento, come quelli che si registrarono (ben prima della nascita dell’industria e del consumo di combustibili fossili) all’epoca di Roma antica e poi tra il Mille e il Milletrecento, furono tempi di notevole sviluppo.

Senza dubbio l’attuale grande attività industriale dell’umanità ha un impatto sull’ambiente; e ovviamente è doveroso, come d’altra parte i paesi più industrializzati già da decenni e con successo stanno facendo, ridurre le immissioni nell’atmosfera di gas, di polveri e di calore che sono un frutto indesiderato di tale attività. Ferma restando l’utilità per così dire “locale” di tale politica, alla scala globale il suo impatto sull’atmosfera resta tuttavia infinitesimo. Pertanto più che pretendere di governare il clima l’uomo contemporaneo deve impegnarsi ad affrontarne il cambiamento. La via maestra per farlo non è tuttavia il blocco bensì il procedere dello sviluppo, che porta con sé tecniche sempre più raffinate e perciò meno invasive.

Come mai allora una così vasta e potente “lobby” si è mobilitata per tenere chiuso il dibattito sul riscaldamento globale e per imporne l’origine antropica quale unica causa? La risposta a tale domanda va cercata assai più nel campo della filosofia politica che in quello della scienza. Essendo il clima della Terra un bene per natura sua indivisibile, se le variazioni della temperatura media del globo dipendono sostanzialmente dall’attività produttiva dell’uomo, allora la sostanza del potere va trasferita nelle mani di quel governo mondiale tecnocratico non eletto di cui si diceva che sarà chiamato ad esercitarlo soprattutto tramite forme di pianificazione economica centralizzata. Non è un caso dunque che l’estremismo “verde” sia in larga misura erede dell’ultrasinistra del ’68. Rientrerebbe così dalla finestra, e alla scala mondiale, quel progetto politico marx-leninista che, a causa del suo catastrofico e sanguinoso fallimento, alla fine del secolo scorso  uscì dalla porta della storia.

* quotidiano della Svizzera Italiana

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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5 risposte a Riscaldamento globale: chi non si allinea non ha diritto di parola

  1. Ermanno Rihs ha detto:

    Congratulazioni per i Suoi interventi sull’infondato catastrofismo riguardante il clima.

  2. Michele ha detto:

    Buongiorno,
    spero riporti anche la risposta pacata e definitiva sul tema di Mario Tosi apparsa ieri sul Corriere del Ticino.
    Un caro saluto
    Michele

  3. Alberto ha detto:

    Mi associo alla richiesta, anche perché l’articolo del suo contraddittore è leggibile solo abbonandosi al giornale.

  4. Michele ha detto:

    Alberto,
    ecco la risposta pacata e definitiva di Mario Tosi. L’opinione del geriatra Dr Med Pio Fontana è trascurabile e scontata essendo un negazionista, quella di Robi Ronza invece merita una risposta chiara e netta.
    Michele

    IL COMMENTO mario tosi*
    Clima: dibattito scientifico o pregiudizi?
    Due articoli pubblicati nei giorni scorsi nel Corriere del Ticino trattano del rischio climatico e lo fanno entrambi da un punto di vista frontalmente opposto a quello degli studiosi e dei cittadini preoccupati per l’effetto sull’ambiente delle attività umane. Questi due articoli nel CdT – uno di «Opinione» di Pio Eugenio Fontana (24 agosto) e l’altro di «Commento», di Robi Ronza (27 agosto) sembrano ignorare le più importanti pubblicazioni scientifiche recenti.

    Il dott. Fontana sostiene che i dati scientifici ai quali si riferiscono le persone sensibili al rischio climatico sono «bufale» inventate da gruppi di pressione che difendono «interessi finanziari di migliaia di miliardi di dollari». Il loro scopo sarebbe «il rovesciamento delle acquisizioni della civiltà industriale». Afferma che i numerosi esponenti del mondo scientifico che esprimono gravi preoccupazioni per i rischi di un riscaldamento del pianeta non sarebbero credibili perché tra di loro pochi sono esperti sul clima. Ritiene che l’assenza di consenso degli studiosi sia prova sufficiente dell’assenza di un rischio climatico.

    La discussione di interpretazioni diverse della realtà fa parte integrante dell’attività scientifica. L’esperto principale citato dal dott. Fontana è Richard Lindzen che fu professore all’istituto MIT di Boston. I suoi lavori e le sue conclusioni sono criticate da anni dai suoi colleghi dello stesso MIT, che si sono dissociati quando nel 2017 consigliò il presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. Ma il dott. Fontana ignora queste critiche, invece qualifica di «stupidata» le interpretazioni scientifiche diverse da quelle sue e di Richard Lindzen.

    Possiamo riconoscere al dott. Fontana e agli esperti da lui citati la libertà di altre interpretazioni, ma non quella di attribuire una manipolazione dell’opinione pubblica agli studiosi che hanno un’opinione diversa. Li accusa addirittura di partecipare a un piano di controllo sociale per creare «falsi problemi» utilizzando «tecniche emozionali di massa». Il dott. Fontana non spiega quali sarebbero i supposti gruppi di potere che avrebbero interesse a manipolare le paure del riscaldamento del pianeta. Invece dall’altra parte del dibattito politico sul clima vediamo ogni giorno nelle azioni di capi di governo come i presidenti Trump e Bolsonaro il poco rispetto per l’ambiente e i legami con ben noti gruppi potenti dell’agroalimentare, del petrolio o gas naturale. Per non parlare della Russia di Putin, che è probabilmente il paese che trova i più grandi vantaggi nelle risorse di idrocarburi e nel riscaldamento del pianeta. Perchè allora il dott. Fontana afferma che uno degli scopi del complotto immaginario sarebbe «la concentrazione delle risorse energetiche nelle mani di pochi» come se non fossero già concentrate? E perchè gli scienziati preoccupati per il clima sarebbero legati a potenti gruppi di interesse e non gli scienziati da lui citati, che non credono all’esistenza di un grave rischio climatico?

    Un secondo articolo, quello di Robi Ronza, riconosce il riscaldamento climatico e un contributo delle attività industriali a questo riscaldamento. Ma vede questo contributo soltanto a livello locale e contesta l’utilità di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera perchè secondo lui non ci sarebbe un riscaldamento globale del pianeta dovuto alle attività umane.

    Robi Ronza cita i periodi di riscaldamento all’epoca della Roma antica e pensa che sarebbero la prova che l’attività industriale recente non avrebbe nessun impatto. Ma nel commento della rivista «Nature» ai lavori pubblicati recentemente, nella stessa rivista, dal gruppo bernese di R. Neukomm (Neukom et al. Nature 571, 550–554,2019) leggiamo : «L’idea familiare a tutti che il clima cambia continuamente è certamente vera. Ma anche se guardiamo fino ai primi tempi dell’Impero romano non troviamo nessun avvenimento equivalente, anche da lontano, con il riscaldamento degli ultimi decenni, sia in intensità che in durata. Il clima di oggi si distingue per il suo torrido sincronismo globale» (Scott St George, Nature 571, 24 luglio 2019). Questo significa che soltanto da pochi decenni si osservano fenomeni di riscaldamento globali, che avvengono simultaneamente e in tutto il mondo. Prima dell’era industriale moderna questi fenomeni erano sempre limitati a certe parti del mondo, poichè legati a particolari cause naturali.

    Robi Ronza ritiene che si deve lottare contro i cambiamenti del clima non attraverso la riduzione della crescita industriale ed economica, ma mediante lo sviluppo della tecnica. Personalmente non credo che sia sufficiente sperare nello sviluppo di nuove tecnologie, ma un altro dibattito sarebbe necessario per analizzare le possibilità e i limiti della tecnologia in questo campo.

    Invece è interessante osservare che l’opposizione di Robi Ronza a politiche di riduzione dei consumi, in particolare di idrocarburi, non è dettata da una convinzione scientifica, ma dalla paura di una mutazione socio-politica che trasferirebbe il potere a «un governo mondiale tecnocratico non eletto». L’autore di questo articolo contesta l’esistenza di un problema mondiale perchè le sue convinzioni politiche e ideologiche (che rispetto anche se non le conosco esattamente) sono contrarie all’idea stessa di mondializzazione.

    La logica di questo salto vertiginoso dalla scienza all’ideologia politica mi sfugge, tanto più che l’autore dell’articolo vede addirittura «il ritorno dell’ultrasinistra del Sessantotto» e del «marx-leninismo»! Chi avrebbe mai pensato a una simile spiegazione?

    Gli autori dei due articoli pubblicati nel CdT non hanno fiducia nella scienza. Pensano che i ricercatori scientifici siano incapaci di fornire delle risposte soddisfacenti. Trasformano il dibattito scientifico sul clima in un’alternativa astratta tra responsabilità totale delle attività umane e origine totalmente naturale del riscaldamento. È evidente (ma vale la pena di ripeterlo) che non hanno cercato di capire il messaggio delle pubblicazioni recenti che non vanno nel senso delle loro idee.

    La comunità scientifica è da sempre e necessariamente internazionale, ma non si vede perchè si lascerebbe coinvolgere in un ipotetico piano di governo mondiale. I ricercatori studiano pazientemente la realtà senza pregiudizi ideologici. L’affermazione del dott. Fontana che «gli scienziati hanno spesso un rapporto di sudditanza nei confronti di chi sovvenziona le loro ricercerche» è offensiva per la comunità scientifica, in particolare quella indipendente delle università o altre strutture accademiche. La maggior parte dei cittadini sensibili ai rischi climatici e in particolare i giovani (che il dott. Fontana sembra trattare con derisione quando cita Greta Thunberg) osservano le anomalie attuali del clima e prendono sul serio le informazioni degli studiosi. Non chiedono alla scienza se «è tutta colpa dell’uomo» perchè, anche se la civilizzazione industriale è responsabile soltanto di una parte del problema, vedono che il futuro è minacciato e che è possibile agire. Sono motivati dall’osservazione concreta della realtà, non da immaginarie manipolazioni politiche.

    * professore emerito di biologia molecolare

    e genetica umana all’Università di Rouen (Francia)

    • Alberto ha detto:

      Ringrazio il sig. Michele per avere postato l’articolo, anche se pensavo l’avrebbe fatto Ronza. La cosa che faccio fatica a capire è la posizione dei cattolici di destra e / o tradizionalisti. Il loro negazionismo, nelle diverse gradazioni con cui si esprime, mi pare da una parte figlio della sfiducia nella scienza (sempre che non confermi le proprie idee), dall’altra della tendenza al complottismo, tipica di un certo conservatorismo radicale.

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