I veri problemi del mondo, Greta Thunberg e le pessime ricette del movimento “Friday for Future”

Quale che sia il giudizio che poi occorre darne, il “Friday for Future” di ieri — che ha visto folle di giovani manifestare simultaneamente  in circa 150 diversi Paesi del mondo —  è un fatto di obiettiva importanza. L‘unico precedente storico di un fenomeno del genere che mi viene alla memoria è quello della “crociata dei fanciulli” conclusasi drammaticamente nell’Europa del 1212 dove, superando la resistenza della Chiesa, si era messa in moto per impulso di giovani visionari.

Nell’Europa del XIII secolo il grande obiettivo mancato dagli adulti era la riconquista del Santo Sepolcro. Nel mondo di oggi è la difesa della Terra da una presunta catastrofe ambientale prossima ventura. Al di là di ogni altra differenza i due fenomeni hanno però un punto-chiave in comune: l’idea, tipica delle epoche di smarrimento, che i giovanissimi siano più puri, più liberi e più saggi degli adulti, e quindi vedano meglio di loro che cosa innanzitutto è urgente fare. Oggi gli Stati costituiti e riconosciuti in sede internazionale sono circa 200. Ciò significa che la laica “crociata dei fanciulli” guidata dalla sedicenne visionaria svedese Greta Thunberg sta coinvolgendo tre quarti dei Paesi oggi esistenti al mondo. Per capire lo straordinario successo internazionale del suo «sciopero per il clima» le cui motivazioni sono tanto perentorie quanto generiche, occorre tenere conto di un fatto spesso trascurato: le previsioni catastrofiche sul clima della Terra tra 40/50 anni, che ogni settimana vengono ribadite come oro colato dal grosso dei media (malgrado siano tutt’altro che indiscutibili), hanno sui giovanissimi un peso tutto particolare. Per le persone oggi in età matura queste previsioni spesso vanno al di là della loro speranza di vita mentre per i giovani e soprattutto per i giovanissimi ne sono al di qua. Inoltre le persone in età matura hanno già ampia memoria di previsioni scientifiche spacciate per indiscutibili, che poi i fatti hanno smentito, mentre per definizione i più giovani non possono avere tale esperienza. Greta Thunberg e i suoi coetanei di ogni parte del globo sono perciò particolarmente influenzabili dalla campagna in corso con la quale si vuole imporre come pensiero unico la tesi della determinante o esclusiva origine antropica dell’attuale fase di riscaldamento della Terra.

Sulla debolezza di tale tesi, sui motivi molto politici e poco scientifici per cui viene sostenuta e sulla censura di chi la contesta non ritorno avendone già scritto in precedenza ( si vedano ad esempio in questo stesso sito Riscaldamento globale: chi non si allinea non ha diritto di parola, 28 agosto 2019, La pretesa origine antropica del riscaldamento globale: l’importanza di capirne le vere ragioni, che non sono scientifiche ma politiche, 12 settembre 2019). Mi soffermo invece sui contenuti della mobilitazione in corso per mettere in evidenza quanto per un verso siano banali, per un altro siano irrealistici e per un altro ancora spingano verso l’impiego inutile e spesso distruttivo di risorse che si potrebbero spendere molto meglio altrimenti.

L’appello a fare un uso sobrio delle risorse di cui disponiamo è semplicemente ovvio, e già ogni persona di buon senso tende a farlo. Per giungere a risultati significativi su grande scala l’impegno dei singoli tuttavia non basta. La via maestra al riguardo è quella del progresso verso tecnologie sempre più “pulite” e sempre meno dispendiose sul piano energetico: proprio insomma la via che con il loro atteggiamento anti-industriale i giovani dei Friday for Future cercano di chiudere. La pretesa poi di sostituire con le cosiddette energie alternative quella prodotta con combustibili fossili è del tutto irrealistica. Attualmente tutte queste energie alternative messe insieme possono fornire una percentuale minima del fabbisogno energetico dell’uomo del XXI secolo. Si può soltanto sperare nell’energia solare, ma solo quando e se riusciremo a captarla in quantità e in modi che oggi non sono alla nostra portata né lo saranno del futuro prevedibile. Perciò, mentre si studia per procedere verso tale traguardo, nell’immediato non si può fare altro che sviluppare tecniche di produzione di energia da combustibili fossili che siano sempre più “pulite”. La guerra a questi combustibili non ne rallenta il consumo. Rallenta invece il progresso tecnico di cui si diceva.

Non ha senso infine destinare ingenti risorse per programmi “verdi” di poca o nulla utilità in un momento in cui sul mondo incombono innanzitutto una crisi demografica e una  crisi economica che stanno diventando planetarie. Siamo senza dubbio anche di fronte a grandi problemi ambientali, ma ha senso affrontarli in ben altro modo; e non prima bensì insieme alle crisi demografica ed economica.

21 settembre 2019

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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