L’economia è in crisi, ma prima ancora è in crisi la libertà

Si continua a parlare oggi della perdurante crisi economica, che non è solo italiana ma internazionale, anche se di rado si arriva a indicarne la causa profonda ossia il crescente enorme divario tra lo sviluppo del Nord e quello del Sud del mondo ( tanto per fare qualche esempio, il reddito pro capite del Lussemburgo è pari a quasi 180 volte, e quello dell’Italia è pari a 55,5 volte il reddito pro capite dell’Afghanistan). É in ultima analisi a causa di tale stato di cose infatti che il resto del mondo resta in miseria mentre le economie più sviluppate sono sempre più alle prese con un eccesso di liquidità che non trova impiego. Si parla invece poco o niente di quello che, insieme alla crisi economica, è l’altro problema pubblico capitale del nostro tempo, ossia la crisi della libertà. Come osserva il filosofo Francesco Botturi “Il pensiero unico, un tempo tipica caratteristica dei regimi totalitari, sta diventando una forma di autoritarismo possibile anche nelle democrazie, dove assume la forma di un conformismo programmato e di un pensiero appunto a senso unico”. La novità  è che  — diversamente che nel caso delle dittature del secolo scorso – esso viene imposto non a viva forza ma con un poco avvertito ma implacabile processo di soffocamento “dolce”.

Come contributo nei limiti delle nostre forze al contrasto a questa situazione, Botturi ed io, insieme ad altri amici, stiamo lavorando a un documento e a un’iniziativa di cui anticipo qui alcuni temi.

 Il pensiero unico, una nuova dittatura

Un po’ dappertutto nelle democrazie occidentali solo ciò che rientra in quello che si può appunto definire come pensiero unico ha piena cittadinanza e assoluta prevalenza sulla scena pubblica, e in particolare sulla scena mediatica. Su un numero sempre crescente di questioni fondamentali il dibattito è chiuso. Il disaccordo con ciò che contraddice il pensiero unico viene spacciato come odio. Se, ad esempio, sono contrario  all’idea dell’equivalenza tra omosessualità e sessualità secondo natura anche se non odio affatto gli omosessuali sono obiettivamente “omofobo”. Per spazzare via l’odio dalla società occorre quindi farmi tacere. Così in nome di una presunta libertà si cammina verso la tirannide.

Ecco un elenco, non esauriente, di  alcune grandi questioni su cui a norma del pensiero unico il dibattito è chiuso: il ruolo della presenza dell’uomo nell’ambiente, l’origine  e l’entità dell’attuale fase di riscaldamento della Terra, la legalizzazione dell’aborto, la legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, la politica riguardo alle migrazioni irregolari di massa, i caratteri specifici della famiglia, il maschile e il femminile. Non è vietato (ma fino a quando?) avere al riguardo opinioni diverse da quelle fissate dal pensiero unico, ma non si troverà alcun grande giornale, telegiornale o “talk-show” televisivo in cui posizioni del genere si possano spiegare e proporre su un piano di parità rispetto alle posizioni opposte.

Altro aspetto tipico del pensiero unico è  un incondizionato  atteggiamento permissivo, spacciato per rispetto per la sensibilità altrui. In forza di esso, tutte le opinioni e tutte le scelte di principio, in particolare ma non solo in campo etico, sono accettabili e non giudicabili, e di ognuno si devono ascoltare le ragioni in modo non divisivo e non discriminante, ossia senza criticarle. In questo quadro la ricerca della verità, che per natura sua è valida per tutti, non è messa in conto. É anzi una meta che viene esclusa in quanto possibile motivo di discordia.

Il pensiero unico è dunque qualcosa di complesso e di sistemico che influenza in modo determinante il contesto sociale e politico. È pur vero che in ogni aggregato sociale si forma sempre una mentalità comune che ne orienta e ne condiziona la vita. Il fatto nuovo che però oggi caratterizza le  società democratiche occidentali è  il contrasto paradossale tra un accentuato pluralismo di opinioni, valori, culture, di cui esse vanno fiere, e un simultaneo tentativo di condizionare, anzi di pilotare e ridurre il più possibile tale pluralismo. Si punta insomma non al bene comune bensì a un’omogeneità coatta che oggi i media possono modellare molto più facilmente di un tempo.

Viene così messo in pericolo il valore stesso della “laicità” dello Stato, che nel suo più autentico significato consiste nell’equidistanza di principio dei poteri pubblici nei confronti di tutte le forze sociali e le presenze culturali di un Paese; non nell’ufficializzazione di alcune e nell’emarginazione di altre.

 Che cosa allora si può fare?

Il problema è serio. Perciò non può essere risolto semplicemente con dei “no”. Occorre  invece  affrontarne i presupposti, ossia l’individualismo e la concezione tecnocratica del potere che ne stanno alla base, e riaprire positivamente la grande e irrisolta questione della costruzione dal basso e del governo dall’alto della società civile.

In tale prospettiva si tratta a nostro avviso di:

– favorire la consapevolezza del fenomeno. Una consapevolezza oggi resa difficile dalla pressione psicologica della mentalità comune in atto e da una visione delle cose imposta dai media che attenua la percezione della complessità del reale.

– favorire l’incontro con realtà comunitarie, che aiutino i singoli a sottrarsi al risucchio individualista; nelle quali le parole possano diventare esperienza e quindi interesse per la vita storica e convinzione circa il senso umano del vivere e della società.

–  favorire la conoscenza e l’incontro con casi esemplari di realtà positiva.

– tener conto dell’attuale “stanchezza della ragione” e provvedere a una formazione personalizzata dell’intelligenza, cercando di ovviare all’impostazione caleidoscopica della mente secondo la (in)cultura diffusa e il conseguente “vuoto di pensiero”; curare la capacità di elaborazione di giudizi sulle provocazioni della cronaca, su linguaggi, fatti, situazioni; sull’idea stessa di libertà e di società; e così via.

Solo un’esistenza condivisa in opere e in cultura è in grado di affrontare una situazione così “governata”, come quella a cui ci riferiamo.

Il primo ambito di resistenza e di alternativa alla situazione è la famiglia, se non è isolata e se i genitori non abdicano al loro compito di primi educatori dei figli. È perciò importante che i genitori non si lascino paralizzare da un complesso d’inferiorità rispetto alla mentalità comune lasciando così i figli senza punti di riferimento chiari, e privi della testimonianza esplicita e vissuta di giudizi alternativi.

La scuola dovrebbe poi educare a una capacità di giudizio aggiornato e critico invece di essere, come oggi purtroppo sempre più accade, uno dei primi megafoni del pensiero unico.

2 ottobre 2019

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a L’economia è in crisi, ma prima ancora è in crisi la libertà

  1. Bocian ha detto:

    “…un incondizionato atteggiamento permissivo, spacciato per rispetto per la sensibilità altrui. In forza di esso, tutte le opinioni e tutte le scelte di principio, in particolare ma non solo in campo etico, sono accettabili e non giudicabili, e di ognuno si devono ascoltare le ragioni in modo non divisivo e non discriminante, ossia senza criticarle…”

    Eh, caro Dott. Ronza, ho il vago dubbio che queste parole ormai siano diventate il mantra su una certa sponda del Tevere…
    Mi stia bene.

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