Siria: il voltafaccia di Trump, le responsabilità dell’Italia e la tempesta nel bicchiere della politica romana

Mentre l’Ue continua a dare tutela e rappresentanza ai soli interessi della Germania e dei Paesi nordeuropei ad essa collegati, e mentre a Roma nei partiti e tra i partiti imperversa senza tregua  la consueta tempesta nel bicchiere, nel Vicino Oriente si registrano novità preoccupanti cui l’Italia farebbe bene a prestare molta attenzione. Ieri la Casa Bianca ha fatto sapere di aver ordinato il ritiro delle sue truppe sin qui stanziate in Siria al confine con la Turchia.

Ciò significa che gli Stati Uniti abbandonano i  guerriglieri curdi siriani loro alleati che avevano avuto un ruolo di primo piano nella sconfitta dell’Isis e ai quali in cambio di ciò Trump aveva garantito protezione. Viene così lasciato il passo alla Turchia e alla sua intenzione di ritagliarsi una “zona di sicurezza” in territorio siriano a ridosso di tale frontiera. Gli Usa non sono nuovi al cinico abbandono di alleati locali divenuti ingombranti per motivi strategici. Fu questo ad esempio il triste caso dei Mong del Laos ai tempi della guerra in Vietnam e nell’Iraq quello degli sciiti del sud e dei curdi del nord, incitati alla rivolta contro Saddam Hussein e poi abbandonati alla vendetta del dittatore quando George Bush senior decise di porre fine alla prima guerra del Golfo senza far cadere il regime e occupare definitivamente il paese.

Se dovesse realmente restare nei limiti che erano stati peraltro preannunciati da Erdogan nel suo intervento del mese scorso alle Nazioni Unite, l’entrata di forze turche in Siria non configurerebbe una vera e propria invasione bensì qualcosa di simile alla “zona di sicurezza” che Israele si ritagliò per qualche anno in territorio libanese a ridosso della sua frontiera col Libano. E avrebbe il solo obiettivo di impedire il contatto diretto fra i curdi siriani, per lo più insediati nello spicchio di territorio della Siria che s’incunea fra la Turchia e l’Iraq, e i curdi turchi che sono l’etnia maggioritaria delle province della Turchia confinanti con la Siria. In ogni caso però darebbe ulteriore campo all’ambizione di Erdogan di far ritornare il suo Paese a un ruolo imperiale nella regione vicino e mediorientale.

Si può criticare il cinismo di Trump (anche se come dicevamo diversi suoi predecessori più amati dalla stampa non furono da meno), ma soprattutto come europei, e in modo specifico come italiani, dovremmo prima ancora interrogarci sulle responsabilità dell’Unione Europea e dei nostri governi. Per gli Stati Uniti, divenuti ormai esportatori di petrolio, il Vicino e Medio Oriente, quindi il Mediterraneo, non hanno più un’importanza cruciale. Con Obama hanno cominciato a ritirarsi dall’area  e con Trump continuano per la stessa strada. Se il vuoto che ne deriva non viene colmato da un’Unione Europea, il cui antesignano dovrebbe in questo caso essere l’Italia, non ci si può poi lamentare se tentano di farlo a modo loro la Russia e la Turchia.

7 ottobre 2019

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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