L’Umbria, la crisi e la promettente ricetta di Stefano Zamagni

Tutta la stampa più accreditata ci ordina in questi giorni di essere felici perché l’agenzia di rating (Ndr: classificazione) Fitch Ratings ha confermato per il debito pubblico italiano il grado BBB con outlook (Ndr: prospettiva) negativa: “Alla fine il verdetto tanto atteso è arrivato. E si può tirare un respiro di sollievo”.

L’agenzia di rating Fitch ha confermato il grado BBB per il debito pubblico italiano:  “Si tratta del grado attribuito ai debitori considerati meno affidabili, però dobbiamo fregarci le mani perché è superiore al junk (Ndr: spazzatura, porcheria). “Respiro di sollievo per il rating dell’Italia: i titoli del nostro debito pubblico sono ancora giudicati investment grade (Ndr: da prendere in considerazione a fini di investimento), anche se le prospettive macroeconomiche del Paese restano negative. Ci salvano gli indicatori di sviluppo umano”.

Tiriamo pure rumorosi respiri di sollievo e  freghiamoci ostentatamente le mani per non far arrabbiare chi comanda, ma in realtà sappiamo tutti che non c’è molto da ridere. E’ vero che le tre grandi agenzie del settore, Standard & Poor, Moody’s e appunto Fitch sono  ben poco indipendenti essendo tutte e tre basate a New York e legate a grandi multinazionali Usa. Si possono però discutere i loro giudizi ma non i dati di fatto sui cui si fondano. Tutte e tre classificano il nostro il nostro Paese come BBB a causa, come si legge nel comunicato ufficiale di Fitch, del nostro “elevato debito pubblico, in assenza di tagli strutturali alla spesa pubblica e in un contesto di crescita stagnante (…). La previsione per la crescita del Pil italiano è dello 0,3%, contro lo 0,8% del 2018. La domanda interna ha perso forza, come pure gli investimenti. Le previsioni parlano infatti di una crescita di questi ultimi pari allo 0,4% contro il 3,8% dello scorso anno. Si prevede inoltre un aumento del deficit dall’1,9% del Pil nel 2018 al 2,3% nel 2019 e del 2,7% nel 2020”.

Secondo poi l’agenzia di rating Moody’s, “l’invecchiamento della popolazione italiana sta mettendo sotto pressione il bilancio dello Stato e non è da escludere che potrebbe avere effetti negativi sulle imprese, il settore immobiliare e finanziario”.

Le cose stanno proprio così, e tutto sommato in Italia non abbiamo bisogno di venirlo a sapere da Fitch. Lo sapevamo già; caso mai può dispiacerci che Fitch e le sue due sorelle continuino a spiattellarlo al resto del mondo.

Per noi la questione è innanzitutto un’altra: è l’inadeguatezza della nostra attuale classe politica rispetto alla situazione. Un’inadeguatezza  cui ha dato ulteriore sconfortante conferma la girandola di insulti reciproci e di proposta estemporanee e velleitarie che nelle scorse settimane ha caratterizzato la campagna per le elezioni regionali che avranno luogo domani in Umbria. Fra l’altro una campagna nella quale di tutto si è parlato meno che dei problemi dell’Umbria, una regione molto bella e con una forte immagine internazionale grazie ad Assisi e a San Francesco, ma che d’altra parte ha meno abitanti e molto meno peso economico della provincia di Bergamo, tanto per fare un esempio. Si tratta di elezioni che contano molto per il mondo dei partiti,  quindi se ne parlerà tantissimo, ma pochissimo per i problemi reali del nostro Paese.

Mi sembra chiaro che nel futuro prevedibile questa classe politica e questi partiti, quale che sia il loro orientamento, potranno fare ben poco per farci uscire dalla crisi in cui ci troviamo. Occorre beninteso continuare a interessarsi di ciò che fanno e andare a votare quando c’è da votare, innanzitutto con l’intento di contribuire a che la situazione non peggiori. Non è però da questa classe politica e da questi partiti che possono venire sostanziali miglioramenti.

Ha ragione Fitch a indicare come aspetti positivi della situazione italiana i buoni livelli degli indici di sviluppo umano, “molto più forti rispetto alla media delle economie avanzate”. Ciò conferma l’opportunità di una sempre maggiore attenzione a proposte come quella del passaggio dall’economia politica all’«economia civile» su cui da tempo in Italia sta autorevolmente lavorando l’economista e filosofo dell’economia Stefano Zamagni; e con lui l’economista e storico dell’economia Luigino Bruni.

 

27 ottobre 2019

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a L’Umbria, la crisi e la promettente ricetta di Stefano Zamagni

  1. Sisco22 ha detto:

    Un padano come lei dovrebbe sapere che lo sviluppo passa attraverso il credito alle aziende e al loro supporto per burocrazia ed energia. La filosofia che ti ingarbuglia la vita lasciamola fuori dalle politiche di crescita.
    Luigino Bruni predica un ritorno al cattocomunismo da bravo nostalgico!

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