Taranto e l’industria brutta e cattiva: ovvero quando l’ ideologia è più forte della realtà dei fatti

Il danno al bene comune del  Paese, che continuano  a fare ideologie sconfitte dalla storia ma ancora radicate nella nostra classe politica, emerge in tutta la sua gravità nella travagliata vicenda dell’acciaieria ex-Ilva di Taranto, adesso di nuovo alla ribalta a seguito dell’annuncio del ritiro di Arcelor-Mittal, la multinazionale franco-indiana che aveva accettato di rilevarla.

Senza ripetere qui cose già da tempo scritte in questo sito e che si possono facilmente raggiungere tramite il suo motore  di ricerca interno (  da Taranto e l’Ilva: ovvero come trasformare una grande risorsa in un grande problema, 22 luglio 2016, a Il governo alla prova delle “grandi opere”, 8 agosto 2018) limitiamoci ora a rammentare che questo grande gruppo siderurgico, con grossi stabilimenti pure a Cornigliano (Genova) e Marghera (Venezia), è la più grande acciaieria sia dell’Europa che del Mediterraneo, equivale all’1 per cento della nostra produzione nazionale lorda, Pil, e solo a Taranto dà lavoro a 8200 persone; cui vanno poi aggiunti i dipendenti di quello che si usa definire l’«indotto».  E tutto questo in una regione come la Puglia che, pur essendo relativamente sviluppata rispetto alla media del Mezzogiorno, da un punto di vista economico non scoppia certo di salute.

La sorte dell’ex-Ilva dovrebbe perciò stare a cuore non solo di Taranto e della Puglia ma di tutta l’Italia; e la questione di come rendere i suoi stabilimenti sempre più compatibili con l’ambiente, senza affatto né ridimensionarli né chiuderli, dovrebbe positivamente restare al centro dell’attenzione di tutti.

Viceversa non da oggi ma da decenni l’acciaieria di Taranto viene raccontata come un focolaio irrefrenabile di inquinamento dell’ambiente, come una specie di infezione non curabile di cui occorre liberarsi ad ogni costo. D’altra parte, in piena contraddizione con la realtà di un grande Paese industriale come il nostro, ciò vale analogamente anche per tutta l’industria nel suo insieme. Un intreccio di relitti sommersi ma non scomparsi di ideologie ottocentesche sta alla base di questo pregiudizio negativo nei confronti dell’industria di base e della manifattura. Un pregiudizio che trova ampio spazio sia nella politica che nella stampa e nella cultura di massa.

Questo spiega come mai su Il Foglio di qualche giorno fa Mario Turco, sottosegretario pentastellato alla presidenza del Consiglio con delega alla Programmazione economica e agli investimenti, che fra l’altro è pure un docente universitario di economia aziendale, abbia potuto impunemente dire che Taranto “Anziché pensare solo all’acciaieria, (…) deve puntare su uno sviluppo delle infrastrutture e sull’autonomia universitaria. (…) può scommettere sulla cantieristica navale”,  e che poi ” sempre in quell’area, si può favorire la nascita di una piattaforma logistica dell’agroalimentare, fare insomma dei grandi padiglioni fiera per attrarre capitali stranieri grazie alla risorsa più importante del territorio”. Con il candore, per così dire, degli ultimi arrivati, i 5 Stelle se la sentono di fare affermazioni del genere senza giri di parole, ma così molti la pensano anche in altre aree politiche. Altrimenti non si spiegherebbe perché da circa trent’anni tutti i governi sia di centrodestra che di centrosinistra succedutisi a Roma si sono passati da uno all’altro la patata bollente del problema irrisolto dell’Ilva di Taranto. Sulla medesima lunghezza d’onda sono stati poi i sindacati che per anni hanno difeso non il lavoro ma il proverbiale posto fisso, accontentandosi di dosi da cavallo di cassa integrazione a zero ore, e non esitando ad alimentare il sogno dell’istantanea e indolore metamorfosi di migliaia di metalmeccanici di mezza età in altrettante migliaia di giovani standiste e commesse di ipermercato, di esperti giardinieri e di cinguettanti progettisti di padiglioni fieristici.

E’ pur vero tuttavia che nessuno tra coloro che si rendono conto della realtà delle cose è sin qui mai sceso in campo con energie adeguate per aprire un dibattito nazionale sul problema. Un dibattito con l’obiettivo di far riemergere le radici ideologiche del pregiudizio di cui si diceva al scopo di criticarlo e possibilmente di rimuoverlo. Anche chi, come di recente il governo Renzi con il suo ministro Carlo Calenda, si era impegnato molto per sbloccare la situazione, in sostanza l’ha fatto a porte chiuse, senza coinvolgere l’opinione pubblica. Ne è risultato perciò un accordo politicamente fragile, che il nuovo governo rosso-verde ha poi potuto stravolgere senza grandi difficoltà.

Come è noto, una conditio sine qua non in forza della quale Arcelor-Mittal aveva accettato di acquistare l’Ilva era uno specifico “scudo penale”. Grazie ad esso la multinazionale franco-indiana avrebbe potuto procedere al risanamento ambientale del sito dello stabilimento di Taranto senza ereditare quelle responsabilità penali della precedente proprietà che, fino all’agosto 2023, fossero venute alla luce nel corso dei lavori. Viceversa nell’aprile scorso, ancora al tempo del governo Lega-5 Stelle, lo “scudo penale” venne abrogato; in agosto il nuovo governo rosso-giallo parlò invece di ripristinarlo, seppure in misura ridotta, ma poi alcuni giorni fa venne deciso di lasciare le cose come erano.

Se si va a riguardare la cronaca politica delle scorse settimane, quando il Parlamento decise di non reintrodurre lo “scudo fiscale”, è sorprendente vedere quanto la questione sia stata raccontata come uno delle tante liti di Palazzo, e come né la politica né l’opinione pubblica avessero davvero messo in conto la possibilità che Arcelor-Mittal perciò si ritirasse con tutte le conseguenze del caso. Soltanto dopo che ciò è avvenuto, come era del tutto prevedibile, tutti i proverbiali addetti ai lavori hanno cominciato a pestarsi rumorosamente i pugni in testa. Ciò conferma quanto ancora resta da fare perché il nostro establishment venga finalmente emancipato da quell’approccio ideologico alla realtà delle cose di cui si diceva.  Nel frattempo non resta che sperare che da qualche parte (chissà da dove), qualcuno (chissà chi), riesca a tirare fuori un nuovo coniglio (chissà quale) dal cilindro.

5 novembre 2019

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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