Trent’anni dalla caduta del Muro. L’alluvione di immagini, e ciò di cui sarebbe stato veramente importante parlare

L’impoverimento che il predominio della tv e delle reti sociali (social) sulla carta stampata sta provocando all’informazione ha trovato mesta conferma in questi giorni nell’alluvione di servizi commemorativi del 30° anniversario della caduta del muro di Berlino.

Il ritiro dal Muro delle guardie di frontiera della Germania Est e il suo scavalcamento in massa da parte di dimostranti raccoltisi sia da una parte che dall’altra del manufatto (che nelle sue varie fasi venne molto probabilmente concordato tra i governi delle due Germanie di allora) fu ovviamente un evento di spettacolare portata audio-televisiva che tv di ogni parte del mondo si erano con gran cura preparate a riprendere. Ogni grossa società di produzione televisiva allora già esistente ha dunque vasti e ricchi archivi di immagini e suoni al riguardo. Se poi aggiungiamo che a trent’anni di distanza i testimoni oculari notabili sono miriadi, c’erano tutti gli elementi per fare grande spettacolo relativamente con quattro soldi.
All’ombra di questa valanga di immagini e di “c’ero anch’io” si è così potuto fare a meno di parlare di ciò che oggi dovrebbe interessare di più: ossia di come mai a distanza di trent’anni dalla fine della Guerra fredda (di cui la caduta del Muro fu solo un evento rituale), stiamo ancora vivendo un confuso dopoguerra che sembra senza fine. La risposta, in fondo ovvia, è la seguente: perché, per la prima volta nella storia, non si vollero ridefinire con un trattato di pace i nuovi equilibri frutto dell’esito di quel grande conflitto. Gorbaciov propose a tal fine una conferenza internazionale, ma gli Stati Uniti rifiutarono e i grandi Paesi dell’Europa occidentale non seppero opporsi a questa nefasta pretesa. Mentre dunque la Prima guerra mondiale si era conclusa con i trattati di Versailles e la Seconda con quelli di Parigi, il terzo conflitto mondiale del secolo, la Guerra fredda, si concluse soltanto di fatto lasciando così dietro di sé una generale instabilità che dura tuttora.
Gli ultimi trattati di pace con Paesi contro i quali avevano combattuto o che avevano comunque invaso vennero firmati dagli Usa nel 1945. Con il Vietnam — in cui intervennero nel 1961 restandovi fino al 1975 — giunsero non a un trattato di pace ma a un semplice accordo commerciale solo nel 2001, ed è l’unico caso del genere. Dal 1945 a oggi il no ai trattati di pace e alle conferenze diplomatiche multilaterali è una costante della diplomazia americana attraverso i governi dei più diversi presidenti. A guerra o comunque a crisi finita Washington preferisce muoversi nella nuova situazione che si è creata senza farsi vincolare da trattati, ossia non stabilizzandola. Le conseguenze sono quelle che si continuano a vedere. L’Europa — che di questa politica paga le spese sia nel Medio Oriente che ai confini dell’ Unione Europea con l’area dell’ex-Unione Sovietica — avrebbe tutto l’interesse a opporsi amichevolmente ma fermamente a questa politica, ma finora non è stata capace né di pensarlo né di farlo. Nei giorni del trentennale della caduta del Muro si è persa una buona occasione per parlarne.
9 novembre 2019

L’impoverimento che il predominio della tv e delle reti sociali (social) sulla carta stampata sta provocando all’informazione ha trovato mesta conferma in questi giorni nell’alluvione di servizi commemorativi del 30° anniversario della caduta del muro di Berlino.

Il ritiro dal Muro delle guardie di frontiera della Germania Est e il suo scavalcamento in massa da parte di dimostranti raccoltisi sia da una parte che dall’altra del manufatto (che nelle sue varie fasi venne molto probabilmente concordato tra i governi delle due Germanie di allora) fu ovviamente un evento di spettacolare portata audio-televisiva che tv di ogni parte del mondo si erano con gran cura preparate a riprendere. Ogni grossa società di produzione televisiva allora già esistente  ha dunque vasti e ricchi archivi di immagini e suoni al riguardo. Se poi aggiungiamo che a trent’anni di distanza i testimoni oculari notabili sono miriadi, c’erano tutti gli elementi per fare grande spettacolo relativamente con quattro soldi.

All’ombra di questa valanga di immagini e di “c’ero anch’io” si è così potuto fare a meno di parlare di ciò che oggi dovrebbe interessare di più: ossia di come mai a distanza di trent’anni dalla fine della Guerra fredda (di cui la caduta del Muro fu solo  un evento rituale), stiamo ancora vivendo un confuso dopoguerra che sembra senza fine. La risposta, in fondo ovvia, è la seguente: perché, per la prima volta nella storia, non si vollero ridefinire con un trattato di pace i nuovi equilibri frutto dell’esito di quel grande conflitto. Gorbaciov propose a tal fine una conferenza internazionale, ma gli Stati Uniti rifiutarono e i grandi Paesi dell’Europa occidentale non seppero opporsi a questa nefasta pretesa. Mentre dunque  la Prima guerra mondiale si era conclusa con i trattati di Versailles e la Seconda con quelli di Parigi, il terzo conflitto mondiale del secolo, la Guerra fredda, si concluse soltanto di fatto lasciando così dietro di sé una generale instabilità che dura tuttora.

Gli ultimi trattati di pace con Paesi contro i quali avevano combattuto o che avevano comunque invaso vennero firmati dagli Usa nel 1945. Con il Vietnam — in cui intervennero nel 1961  restandovi fino al 1975 — giunsero non a un trattato di pace ma a un semplice accordo commerciale solo nel 2001, ed è l’unico caso del genere. Dal 1945 a oggi il no ai trattati di pace e alle conferenze diplomatiche multilaterali è una costante della diplomazia americana attraverso i governi dei più diversi presidenti. A guerra o comunque a crisi finita Washington preferisce muoversi nella nuova situazione che si è creata senza farsi vincolare da trattati, ossia non stabilizzandola. Le conseguenze sono quelle che si continuano a vedere. L’Europa — che di questa politica paga le spese sia nel Medio Oriente che ai confini dell’ Unione Europea con l’area dell’ex-Unione Sovietica — avrebbe tutto l’interesse a opporsi amichevolmente ma fermamente a questa politica, ma finora non è stata capace né di pensarlo né di farlo. Nei giorni del trentennale della caduta del Muro si è persa una buona occasione per parlarne.

9 novembre 2019

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Diario e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.