Usa/Iran. Cronaca di una “crisi gravissima” durata meno di una settimana. I perché del fuoco di paglia

Nell’arco di nemmeno sette giorni, dall’uccisione lo scorso 3 gennaio a Bagdad del generale Soleimani alle concilianti dichiarazioni di alcune ore fa del presidente Trump, si è passati dal timore per lo scoppio immimente di chissà quale guerra, sparso a piene mani in tutto il mondo da tele e radio giornali, alla rappresaglia per così dire “rituale” e infine al ritorno del sereno.

In un’epoca come la nostra, tanto povera di memoria quanto costantemente alluvionata da una pioggia di notizie per lo più superflue, la storia non riesce quasi mai a essere magistra vitae. Speriamo allora che almeno lo sia la cronaca. “Scorre sangue,  e di questo non ci si può mai compiacere, ma tale è la superiorità militare americana che non c’è un gran rischio di allargamento del conflitto”, scrivevo lo scorso 3 gennaio su questo stesso sito (cfr. Gli Usa, l’agguato a Soleimani, i turchi in Libia, l’Italia e il nocciolo della questione). Mi sembra che i fatti non cessino di confermare tale giudizio, d’altra parte alla portata di qualsiasi commentatore che non si limiti a guardare solo alle briciole dell’attualità.

Consiglio a chi conosce l’inglese di andarsi a leggere sul sito della Casa Bianca, whitehouse.gov, che cosa disse lo scorso 25 settembre il presidente Trump nel suo discorso alla 74° sessione dell’Assemblea generale dell’Onu (“Remarks by President Trump to the 74th Session of the United Nations General Assembly”). Ci sono già dentro tutte le informazioni di base che occorrono per comprendere l’attuale politica estera di Wshington e quindi anche episodi come l’attentato al generale Soleimani. Quello che piuttosto resta ancora da sapere è che cosa stesse andando a fare a Bagdad il comandante in capo delle forze speciali del regime iraniano, che hanno come loro specifica missione quella di sostenere il diffondersi della rivoluzione khomeinista al di là dei confini dell’Iran.

Non saprei dire se per incompetenza o perché spinti dai loro editori a propagare ansia e paura per motivi commerciali, praticamente tutti i conduttori dei maggiori telegiornali raccontano la cronaca internazionale come un tumultuoso succedersi di improvvise crisi drammatiche e di altrettanto improvvise e imprevedibili riappacificazioni. Non è affatto così. In un’economia mondiale oggi divenuta del tutto interdipendente, tanto enormi sono la superiorità militare planetaria degli Usa e la centralità del dollaro nel sistema monetario internazionale che non soltanto una terza guerra mondiale è impossibile, ma pure estesi conflitti non sono più convenienti per alcun paese. Beninteso, ciò non significa che questo genere di pace vada di pari passo con la giustizia. C’è molta più pace che giustizia, ma nessuno può più sperare di modificare la situazione con la guerra. Perciò, pur se è giusto commiserare le lacrime e il sangue che costano i conflitti locali di attrito e le stragi terroristiche, non c’è più motivo di temere che possano essere il detonatore di conflitti immani. I grandi rischi ci sono, ma sono più complessi,  più sottili e meno catastrofici (nel senso originario della parola). Vanno ovviamente affrontati, ma non all’interno della dicotomia pace/guerra che è ormai superata, almeno come modello generale.

 

9 gennaio 2020

 

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Usa/Iran. Cronaca di una “crisi gravissima” durata meno di una settimana. I perché del fuoco di paglia

  1. Cesare Chiericati ha detto:

    Oltre ai ritualismi da te indicati ci sono anche quelli ricorrenti e non meno stucchevoli rivolti da conduttori e politici nostrani all’Europa, ai suoi silenzi, alle sue incertezze, alla sua assenza militare. Tutti fanno finta di non sapere che l’Unione europea altro non è che un gigantesco accordo economico asimmetrico tra Stati e non una costruzione federale condivisa con le relative cessioni di sovranità in politica estera e in campo militare.

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