La Libia, Don Matteo e la lezione che qualcuno farebbe bene ad imparare

E’ vero che le notizie di prima pagina sono oggi quelle relative alla Libia. Per chi come me cerca di seguire il filo rosso delle vicende, al di là delle briciole sparse della cronaca, c’è però ben poco da aggiungere. Scrivendo le parole <Libia> e <Gheddafi>  nella finestrella del motore di ricerca qui  a destra si raggiungono numerosi commenti sull’argomento da me scritti sin dai giorni dell’attacco francese (e ahimè poi anche italiano) del 2011 alla Libia di Gheddafi. Fra gli altri quello, pubblicato il 13 settembre 2012, dal titolo Per far cadere Gheddafi si è aperto un vaso di Pandora che adesso non si riesce più a chiudere. Al momento sulla Libia mi sembra che potrei scrivere solo cose già scritte.

Vengo invece a un fatto recente di costume italiano che merita molta attenzione. Si tratta dello straordinario successo del primo episodio della nuova stagione, la dodicesima, della serie televisiva  di Raiuno ( accesssibile anche sul sito web RaiPlay) di cui è protagonista don Matteo, il personaggio così bene interpretato dall’attore Terence Hill, italo-tedesco malgrado il nome d’arte americano. A vent’anni da quando nel 2000 ebbe inizio, lo scorso 9 gennaio “Don Matteo”  è stato seguito da oltre sette milioni di persone, pari al 30,6 di coloro che quella sera erano dinnanzi ai televisori. Il suo successo è tanto più significativo se si considera che la serie è tipicamente di cultura cristiana nel senso più autentico della parola. La caratterizzano lo sguardo positivo sulla realtà, fermo nei principi ma nient’affatto moralistico,  nient’affatto clericale e nient’affatto subalterno a quel nichilismo dolce che è la…religione di Stato della cultura oggi dominante. I sentimenti, gli amori e le passioni hanno ampio spazio ma restano nel loro ordine naturale senza venire travolte dall’esibizione di un sesso ridotto a una ginnastica banale e in fondo disperata; e compaiono in scena in modo non represso virtù negate dalla cultura oggi dominante come la fedeltà, la castità e così via. Nei dialoghi dei personaggi sono evidenti gli echi del pensiero e della pedagogia di grandi figure del sorprendente movimento di riannuncio della fede cristiana che sta attraversando questo ultimo scorcio dell’età moderna, da John Henry Newman a Luigi Giussani.

L’ambientamento nei magnifici centri storici di due capolavori dell’architettura e dell’urbanistica medioevale come prima Gubbio e poi Spoleto è un’efficace contestazione permanente delle sciocchezze sul Medioevo come epoca dei secoli bui. Sciocchezze che oggi continuano a far parte dei luoghi comuni delle persone di mezza cultura benché ormai da oltre quarant’anni, con la pubblicazione nel 1976 del suo decisivo La civiltà dell’Occidente medioevale, il famoso storico “laico” francese Jacques Le Goff  li abbia spazzati via dal mondo della cultura seria.

La stampa e la cultura ufficiosa cattolica guardano a “Don Matteo” con una certa freddezza senza capire che le storie costruite attorno al suo personaggio, un calco evidente del Padre Brown di Gilbert K. Chesterton,  sono una compiuta e attraente testimonianza cristiana, quindi cattolica, assai più di tante trasmissioni cattoliche ufficiali. Non solo: per motivi che non conosciamo, anche chi produce la fortunata serie televisiva e chi vi partecipa non ama parlare della sua pur così chiara ispirazione. Intervistato dal Corriere della Sera, Nino Frassica, co-protagonista della serie nella parte del maresciallo Cecchini, richiesto di un giudizio sul ruolo della “religione” nello sceneggiato ha ad esempio risposto: “La religione? Beh, certo nel successo di «Don Matteo» c’è anche una quota di religione. Il telespettatore ne ha bisogno, fa parte dell’essere umano”, confermando così che un bravo attore è talvolta capace di dare benissimo un volto anche a ciò che capisce poco.

Ciononostante — e malgrado ovviamente l’intellighenzija “laica” ne abbia parlato il meno possibile —  il personaggio di Don Matteo ha avuto un enorme successo. E’ interessante fare un confronto fra i due sceneggiati più popolari della televisione italiana, entrambi prodotti dalla Rai, ossia appunto “Don Matteo” e “Il commissario Montalbano”, quest’ultimo ispirato invece all’ateismo sensuale dei romanzi di Andrea Camilleri. Le due serie sono coetanee (“Il commissario Montalbano” esordì nel 1999), e sono ugualmente ben girate sullo sfondo di bellissimi paesaggi monumentali italiani. Mentre però “Il commissario Montalbano” ha sempre potuto contare sul consenso e sul sostegno della cultura borghese progressista e della sua grande flotta di giornali e di telegiornali, “Don Matteo” si è imposto per così dire a furor di popolo senza nemmeno poter contare sul sostegno, sia pure fatalmente più modesto, di quella poca stampa che avrebbe avuto ottimi motivi per sostenerlo. E’ una lezione che qualcuno farebbe bene ad imparare.

13 gennaio 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a La Libia, Don Matteo e la lezione che qualcuno farebbe bene ad imparare

  1. Cesare Chiericati ha detto:

    Don Matteo santo subito, ci risiamo…   Tra un po’, se tanto mi dà tanto, sdoganerà anche La tv nazional popolare di Mara Venier

    • Robi Ronza ha detto:

      Caro Cesare, non capisco bene quale giudizio intendi dare con la battuta che apre il tuo messaggio. Resto in attesa di un chiarimento.
      Frattanto faccio presente di aver semplicemente affermato che Don Matteo è uno sceneggiato “tipicamente di cultura cristiana nel senso più autentico della parola” (e perciò fra l’altro nient’affatto agiografico). Uno può poi esserne lieto o no, ma tale ispirazione è un dato di fatto.
      Ribadisco questa mia valutazione aggiungendo inoltre che non vedo quale nesso si possa trovare tra l’orizzonte culturale in cui si situa Don Matteo e quello in cui si situano le trasmissioni di Mara Venier, ispirate a un “buonismo” tipicamente laico.

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