Emilia-Romagna, Calabria. Le sfide del momento e il peso delle sanguinose ombre rosse del passato

Due test per il governo di Roma, Corriere del Ticino*, 15 gennaio 2020

Il prossimo 26 gennaio si voterà in Italia per l’elezione dei presidenti dell’Emilia-Romagna e della Calabria e per il rinnovo dei rispettivi parlamenti regionali. Benché a Roma sia al governo con il Partito Democratico, Pd, il Movimento 5 Stelle si è presentato da solo e con un proprio candidato tanto in Emilia-Romagna, dove si prevede raccolga non più del 7 per cento dei voti, quanto in Calabria. Né in Emilia-Romagna né in Calabria il candidato dei 5 Stelle può sperare di vincere ma in entrambe potrebbe dare un forte contributo all’insuccesso del Pd. E’ ben difficile che un governo già traballante riesca a sopravvivere a tutto questo.

Il peso politico complessivo delle due votazioni è obiettivamente diverso. L’Emilia-Romagna, quasi 4 milioni e mezzo di abitanti e un territorio che si estende da Piacenza a Rimini, è una delle grosse regioni sviluppate del Nord, mentre la Calabria, meno di 2 milioni di abitanti, è la regione più povera d’Italia oltre a essere purtroppo patria della ‘ndrangheta, una delle maggiori organizzazioni criminali del mondo che, secondo stime rese pubbliche lo scorso anno dalla magistratura calabrese, avrebbe nella regione 166 cosche (gruppi locali) con almeno 4 mila affiliati.

Suscita in particolare grande interesse in tutto il Paese il caso dell’Emilia-Romagna, storica roccaforte “rossa” dove — per la prima volta dalla nascita nel 1946 della Repubblica Italiana e da quella delle Regioni nel 1970 — è possibile (anche se non certo) che la sinistra, oggi rappresentata dal Pd, venga sconfitta e vada perciò all’opposizione. In Italia i presidenti di giunta, ossia i capi dei governi regionali, diversamente dal premier vengono eletti direttamente dal popolo e non dal loro rispettivo parlamento. Inoltre è possibile il voto disgiunto: l’elettore può cioè anche votare come presidente il candidato di un partito diverso da quello per cui vota per il parlamento regionale (che in Emilia-Romagna si chiama Assemblea Legislativa). Dei 50 seggi di cui consiste l’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna, 27 vanno comunque al partito o alla coalizione di partiti che hanno presentato il candidato presidente che esce vincitore. Diviene presidente chi raccoglie anche un solo voto in più degli altri candidati in una votazione a turno unico, cioè senza ballottaggio. A causa di tutto ciò in Emilia-Romagna si potrebbe anche finire per avere il presidente di centrosinistra e un’Assemblea Legislativa di centrodestra o viceversa.

Per un governo come quello 5 Stelle/Partito Democratico ora in carica a Roma, che ha la maggioranza in Parlamento ma di certo non più tra gli elettori, la votazione del prossimo 26 gennaio nell’Emilia-Romagna è divenuta perciò una sfida cruciale ma anche molto complessa. I sondaggi  danno testa a testa il candidato del Partito Democratico e quello della coalizione di centrodestra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), a soli 2 punti uno dall’altro. Per quanto concerne l’Assemblea Legislativa vedono invece il centrodestra in vantaggio con la Lega al 45 e il Partito Democratico al 29 per cento.

In Emilia-Romagna il Partito Democratico, in quanto erede dell’antico Partito Comunista, Pci, è non solo una forza politica ma pure il centro di un sistema assai discreto ma anche assai efficace di governo dell’economia e della società. Anche se tale sistema non ha più la forza che aveva ai tempi della Guerra fredda, non è detto che ciò basti a far crollare definitivamente il consenso di cui la sinistra ha sin qui goduto, tanto più che, pur spendendo  troppo, non ha tuttavia governato male o comunque è riuscita a comporre tra loro gli interessi più diversi.

Si deve però d’altra parte considerare che specialmente in Emilia, ossia tra Piacenza e Bologna, la mobilitazione partigiana contro i nazisti, durata poi per altri tre anni dopo la loro sconfitta, tra il 1943 e il 1948 fu per il Pci pure l’occasione per dare il via a una rivoluzione comunista in seguito interrotta ma costata molto sangue (nella sola diocesi di Reggio Emilia vennero tra l’altro assassinati 39 preti nonché il seminarista Rolando Rivi, ora beatificato). In un gran numero di famiglie resta ancora viva la memoria degli eccidi e delle sopraffazioni di quegli anni. È una memoria che pro bono pacis si volle per decenni tenere sommersa ma che adesso si sente riemergere, e che potrebbe avere  un notevole  peso elettorale.

*Quotidiano della Svizzera Italiana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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