La Libia, le felpe e le buone maniere

Nei titoli e nel testo principale del servizio della Bbc News, il notiziario via Internet del colosso mediatico inglese, sulla conferenza per la Libia svoltasi ieri a Berlino l’Italia non è nemmeno citata. D’altra parte (particolare secondario ma tuttavia significativo) nel gruppo dei capi di governo, schierati per la canonica foto ricordo ufficiale dell’evento, il premier italiano Conte ha dovuto accontentarsi di un posto in seconda fila.

Sarebbe però ingiusto attribuire soltanto all’attuale governo la responsabilità dell’irrilevanza dell’Italia nella gestione di una crisi riguardante un paese come la Libia, di cui per molti e seri motivi eravamo e dovremmo tornare ad essere il maggior interlocutore in Europa. Conte raccoglie gli amari frutti delle inadempienze dei suoi predecessori a partire da Berlusconi, che nel 2011 non si oppose a un attacco francese alla Libia che mirava nell’immediato a far cadere Gheddafi, ma nella sostanza a ridimensionare la nostra presenza nel paese. Dove l’Italia dei partiti fallisce possiamo solo sperare che supplisca (ma fino a quando?) l’Italia dell’Eni, con la sua abile politica estera parallela, i suoi giacimenti di gas naturale in Libia e il gasdotto  sottomarino che li collega direttamente all’Italia approdando in Sicilia nei pressi di Gela.

Dalla vicenda ci sono frattanto da trarre un paio di utili insegnamenti. Il primo è che, oggi come oggi, l’Unione Europea non solo non ci è di aiuto ma anzi ci è di danno. Non è servita né a impedire l’attacco della Francia alla Libia nel 2011, né l’avanzata della Russia e della Turchia nel Mediterraneo di pari passo con il ritiro degli Usa dall’area. E in linea generale riduce a nano politico un gigante economico come l’Europa, primo crocevia della civiltà umana e seconda economia del mondo con oltre 500 milioni di abitanti.

Il secondo insegnamento è che la pochezza della nostro ordine costituito è ormai insopportabile. Con tutto quello che accade o non accade attorno a noi il nostro Parlamento si ferma a discutere se si debba o no sottoporre a processo con l’accusa di sequestro di persona un ministro dell’Interno, ossia un capo della polizia, che ha ordinato venisse impedito l’ingresso in Italia di migranti irregolari. Non c’è la crisi economica, non c’è la crisi demografica, non c’è la crisi in Libia, non c’è Alitalia che perde un milione di euro al giorno, non c’è il gigantesco pasticcio dell’ex Ilva, e così via. L’unico problema è come fare a liberarsi di Salvini, anzi a “cancellare Salvini” come ha scritto la Repubblica, a prescindere dal vasto consenso popolare di cui gode. Beninteso, non a contrastarlo politicamente, il che sarebbe più che legittimo, ma a metterlo fuori gioco con metodi che non passano attraverso la raccolta del consenso su un progetto alternativo al suo; e che quindi nulla hanno a che vedere con la democrazia. E’ una situazione nella quale non ci si può più permettere di essere schizzinosi. Bisogna scegliere di che parte stare: se dalla parte degli ottimati, come direbbe Ernesto Galli della Loggia, o dalla parte di chi riesce a farsi ascoltare dalla gente comune e a rappresentarne i legittimi interessi. Pronti a rimandare ad altra occasione dibattiti in tema di  bon ton o di felpe, e di più o meno buone maniere.

20 gennaio 2020

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a La Libia, le felpe e le buone maniere

  1. Carlo Schieppati ha detto:

    Troppo severo il giudizio su Berlusconi, che con Gheddafi aveva concluso un accordo molto vantaggioso per l’Italia. Nel 2011 il Cav., oltre ad essere assediato dalla quasi totalità della stampa e della Magistratura, doveva fronteggiare l’aggressione della Francia, dei Mercati, delle Cancellerie Ue e della più alta carica dello Stato e cioè Giorgio Napolitano. Col senno di poi, certo, poteva dimettersi, ma si sarebbe aperta una crisi istituzionale senza precedenti.

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