Italia. Il braccio di ferro sulla prescrizione e quello di cui ci si dovrebbe innanzitutto occupare

La giustizia italiana e i volti della prescrizione, Corriere del Ticino*, 12 febbraio 2020

Oggi a Roma dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) giungere all’esame e al voto della Camera dei Deputati una proposta di decreto con cui si intende modificare la  riforma  della prescrizione entrata in vigore il primo gennaio scorso, ossia meno di un mese e mezzo fa. Nel linguaggio giuridico, come è noto, si intende per prescrizione un meccanismo in forza del quale  si rinuncia a giudicare un imputato  se il  processo che lo riguarda non giunge a sentenza definitiva entro un certo numero di anni che variano secondo la gravità dei reati che gli si imputano.  Si tratta di un meccanismo ( o più tecnicamente di un “istituto”), vigente più o meno in tutti i Paesi del mondo, posto a garanzia dell’imputato, il quale ha diritto a non restare tale  a tempo indeterminato.

A causa di un sistema giudiziario  male organizzato e di codici di procedura quanto mai burocratici  in Italia i processi durano molto di più che negli altri Paesi più avanzati. E nei casi più complessi e più politicamente sensibili possano durare anche per decenni. È questo — diciamo qui per inciso — uno dei più importanti tra i vari motivi per cui l’Italia attrae  investimenti dall’estero in misura molto meno che proporzionale alle dimensioni della sua economia e alle sue capacità produttive.

Di una riforma generale della giustizia italiana si parla da moltissimi anni, ma sin qui non si è fatto nulla di concreto e di importante al riguardo.  A causa di ciò per i legali  degli imputati  con poche speranze di venire assolti diviene talvolta conveniente puntare alla prescrizione  giocando la carta del rallentamento del processo. Essendo il giustizialismo, insieme al centralismo, uno dei due pilastri della loro cultura politica, i 5 Stelle hanno allora pensato bene di affrontare il problema non tanto impegnandosi a riformare il sistema giudiziario bensì in pratica ad abolire la prescrizione. A norma infatti della riforma voluta dal loro ministro Alfonso Bonafede ed entrata in vigore il 1° gennaio scorso, sia per i condannati che per gli assolti il tempo della prescrizione cessa di decorrere dopo la sentenza di primo grado. Quindi una persona giudicata in primo grado potrebbe poi restare sub judice anche per decenni.

Mentre in partenza  sembrava che al riguardo i 5 Stelle avessero l’appoggio di tutti i loro alleati di governo (Pd, Liberi e Uguali o Leu e Italia Viva di Matteo Renzi),  in seguito  Matteo Renzi ha preso le distanze dalla riforma fino a minacciare, se non fosse stata modificata, di uscire dalla maggioranza. A questo punto è entrato in campo il premier Giuseppe Conte, sin qui dimostratosi impareggiabile nell’arte di salvate capra e cavoli.  Conte ha proposto un accordo o lodo che è stato respinto. Ha allora riaperto la trattativa rinunciando a inserire il lodo d’autorità nel decreto «mille proroghe».  “Un gesto di buonsenso che evita forzature e spaccature”, ha osservato Renzi dicendo di apprezzarlo. E ha fatto sapere che “la via più ragionevole sarebbe quella di una sospensione della riforma Bonafede anche di sei mesi, per trovare insieme una soluzione contestualmente alla riforma del processo penale”.

Prima di procedere vale però la pena di spiegare che cosa è il decreto «mille proroghe» che in Italia è ahimè divenuto una specie di istituzione. Si tratta di un decreto legge del Consiglio dei ministri con cui si cerca di risolvere in qualche modo problemi rimasti aperti: ad esempio posticipando l’entrata in vigore di disposizioni normative o prorogando l’efficacia di leggi in scadenza. Nato come misura eccezionale, il «mille proroghe» è  invece stato invece votato  ogni anno dal 2005 al 2015, e poi nuovamente dal 2018.

Frattanto l’Istituto Centrale di Statistica, Istat, ha pubblicato dati che delineano il quadro di un Paese in cui diminuiscono sia la popolazione che il prodotto interno lordo. Dal 1861, quando nacque lo Stato italiano, ad oggi mai sono nati così pochi bambini in Italia come l’anno scorso. Ne nacquero di più persino durante gli anni più tragici della Seconda guerra mondiale quando l’Italia  aveva venti milioni di abitanti in meno di adesso ed era divenuta un campo di battaglia. Ciononostante la situazione politica è tale che queste fondamentali questioni restano ai margini della scena pubblica. In tutt’altre faccende affaccendati i partiti le ignorano. Come perciò già altre volte è accaduto nella sua storia al momento l’Italia può contare solo sulla capacità di riforma e di iniziativa della società civile, della gente comune. Grazie ad essa, come scrisse una volta un celebre giornale inglese, “l’ape italiana vola anche senza ali”. Resta però in sospeso la domanda di sempre in casi del genere: vola sì, ma vola abbastanza? E fino a quando?

*quotidiano della Svizzera Italiana

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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