Italia, crisi, Mediterraneo. Il dovere di combattere il virus, ma anche quello di tornare  alle proprie ordinarie occupazioni

Nota preliminare

Se al mattino, al momento dei telegiornali e dei dibattiti sui fatti del giorno, scorrendo a caso i cinque maggiori canali televisivi le parole “corona virus” sono tra le prime che capita di ascoltare, allora è evidente che siamo in una situazione di grave emergenza. Non sanitaria però, ma mediatica.

La lotta contro la nuova malattia e la cura dei relativi malati è un problema serio, ma non certo catastrofico. Inoltre con il passare dei giorni si raffinano sia le terapie  che l’organizzazione del contrasto alla diffusione del morbo. Ben diverso è invece il caso della sua eco mediatica. Ricordiamo ancora una volta che l’impatto  del messaggio della tv e della radio è  assai più quantitativo che qualitativo: quando tre quarti se non quattro quinti del tempo delle trasmissioni di notizie e di commento della cronaca consistono di rassicurazioni riguardo a qualcosa, la gente non si rassicura affatto, ma anzi se ne preoccupa e spesso se ne spaventa. Fermo restando il cordoglio per le vittime, sin qui tuttavia pochissime (mentre scriviamo  risultano essere una ogni  milione e 750 mila persone residenti in Italia) , è ormai chiaro che il corona virus provocherà ben più danni all’economia che alla salute pubblica. Torniamo pertanto a parlare anche d’altro lasciando alla vicenda del corona virus solo lo spazio che si merita.

 

È normale che mano a mano che ci si avvicina al giorno delle elezioni presidenziali americane molti focolai di crisi in sede internazionale si ravvivino. Sapendo che  la super-potenza planetaria è in tutt’altre faccende affaccendata la tentazione è forte per chi in qualsiasi parte del mondo vuol dare qualche colpo allo status quo. Quanto sta accadendo nel Mediterraneo è però qualcosa di ben più serio di un temporale di stagione. Da quando con Obama gli Usa hanno cominciato a ritirarsi dal Mediterraneo, il presidio del quale non è più per loro un obiettivo prioritario, si è creato un vuoto che l’Unione Europea, gigante economico ma nano politico, non ha saputo colmare.

In forza sia della sua storia che della sua geografia, che infine della sua consolidata presenza in Libia (e per certi versi pure in Egitto) il nostro Paese avrebbe avuto tutti  numeri per diventare un motore principale di stabilizzazione e di sviluppo dell’area in nome e per conto dell’intera Unione Europea. Viceversa da Berlusconi, che non opponendosi all’attacco francese alla Libia di Gheddafi lasciò nel 2011 che si aprisse il vaso di Pandora, a tutti i governi e le maggioranze successive fino all’attuale, con politiche ondivaghe e di corto respiro l’Italia non  ha mai smesso di perdere spazio e di perdere occasioni. La Francia da una parte e la Turchia e la Russia dall’altra sono frattanto scese in campo con ambizioni neo-imperiali sproporzionate al loro peso obiettivo, il che potrà produrre solo ulteriore instabilità, tensioni e spargimento di sangue.

Ieri si è dimesso l’inviato speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, che da due anni era impegnato nell’impresa impossibile di porre termine alla guerra civile tra il governo riconosciuto dall’Onu di Fayez al-Serraj  con sede a Tripoli, e Khalifa Haftar , capo del sedicente Esercito nazionale libico (Enl) con base a Bengasi, senza coinvolgere nelle trattative le potenze che ne sono i rispettivi patroni. Frattanto la Turchia minaccia di spingere  nell’Unione Europea decine di migliaia di profughi se da Bruxelles non le verranno nuovi aiuti ufficialmente per coprire le spese  per la loro assistenza, ma in realtà anche molto per finanziare la sua guerra strisciante con la Siria di Bashir el-Assad. Senza alcun sostegno da parte del governo italiano, l’Eni viene stretta d’assedio dalla Francia e dalla Turchia che mirano a impedirgli la realizzazione di una rete di gasdotti trans-mediterranei con crocevia a Cipro che rafforzerebbe il suo storico primato nel settore aprendo anche la strada a scambi indiretti di gas tra Israele e Paesi arabi: un’operazione che potrebbe dare un cruciale contributo all’uscita del nostro Paese dalla crisi. Queste sono, tanto per fare alcuni esempi, le cose che bollono in pentola mentre da noi non si parla d’altro che del corona virus. Bene che i sanitari e gli esperti di sanità pubblica se ne occupino, ma nel frattempo sarebbe molto meglio che tutto il resto del Paese tornasse alle proprie ordinarie occupazioni.

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Diario e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Italia, crisi, Mediterraneo. Il dovere di combattere il virus, ma anche quello di tornare  alle proprie ordinarie occupazioni

  1. Bocian ha detto:

    Condivido tutto il suo articolo, Dott. Ronza.
    Mi rimane solo un dubbio: secondo la sua esperienza di giornalista di lungo corso, la Francia, che ancora oggi appoggia uno dei contendenti della guerra civile libica (e non è quello riconosciuto come legittimo da ONU e UE), pagherà mai dazio per aver bombardato Tripoli (nell’operazione circense del quartetto di comici Sarkozy-Cameron-Obama-Clinton) con quel che ne è seguito, senza avere mai ricevuto mandato né assenso da parte di chicchessìa?
    Glielo chiedo perché vedo tanti – di ogni colore politico – scandalizzati da quanto sta facendo il sultanato di Istanbul, tanto in Libia quanto in Siria, ma mi pare che il giochino, a parti invertite, sia esattamente lo stesso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.