Per buttare ancora altri soldi nel pozzo senza fondo di Alitalia ogni scusa è buona, anche il Coronavirus

L’emergenza sanitaria salverà l’Alitalia?, Corriere del Ticino*, 25 marzo 2020

Per buttare altri soldi nel pozzo senza fondo di Alitalia, la compagnia aerea italiana che succhia denaro ai contribuenti da almeno 45 anni, anche il Corona Virus  è diventato una buona occasione. Esplorando la fitta boscaglia di norme varate allo scopo di contrastare il preoccupante impatto negativo che l’emergenza Corona Virus sta avendo sulla già malandata economia italiana, se ne scopre pure una con cui il governo di Roma è autorizzato a rinazionalizzare l’Alitalia e un’altra con cui si impegna a versare nelle sue casse altri 600 milioni di euro a fondo perso: una somma che si aggiunge al miliardo e 300 milioni di prestiti statali che la compagnia si è mangiata negli ultimi tre anni. I contraccolpi sul trasporto aereo dell’epidemia planetaria in corso giustificano aiuti alle aerolinee, ma il caso di Alitalia c’entra ben poco col Corona Virus.

Secondo una stima dell’Ufficio studi di Mediobanca, la più nota e influente banca finanziaria italiana, in quarant’anni Alitalia ha ricevuto dallo Stato aiuti per 7,4 miliardi di euro al valore attuale, e li ha consumati tutti senza mai riuscire a restituirli. Uno dei principali motivi per cui la compagnia risulta insanabile e perciò invendibile è il numero eccessivo dei suoi  dipendenti. A un certo punto si è riusciti a lasciarne a casa 4 mila ma in cambio del versamento per sette anni a ciascuno di loro di un assegno mensile pari all’80 per centro dello stipendio che avevano in Alitalia: una spesa coperta da un apposito Fondo speciale per il trasporto aereo, Fsta, costato sin qui  altri 1,2 miliardi di euro e finanziato anche attraverso una sovrattassa di 3 euro sui diritti di imbarco  pagati da ogni passeggero che sale in Italia su un aereo di linea.

Alitalia rientra nella categoria di quelle compagnie aeree di bandiera troppo piccole per avere i vantaggi di quelle grandi, e troppo grandi per avere i vantaggi di quelle piccole che andarono in crisi verso la fine del secolo scorso, e per lo più scomparvero dalla scena nei primi anni del 2000. Fu ad esempio il caso della Swissair e anche quello della Sabena, la compagnia di bandiera belga. Altre sopravvissero ma in realtà solo come marchi essendo in effetti state assorbite da compagnie più grandi. Perché allora Alitalia è andata avanti da sola, e a così caro prezzo per le casse dello Stato italiano? La vicenda merita di venire raccontata anche perché aiuta a capire quali siano le difficoltà specifiche che una politica orientata al buon governo può incontrare in un paese complesso come l’Italia. Un paese dove coesistono entro i medesimi confini due mondi diversi, l’uno centrato sull’economia produttiva e l’altro centrato su un’economia assistita, su rapporti clientelari e sul lavoro statale e parastatale garantito, il famoso “posto fisso” reso celebre dal fortunato film del comico Checco Zalone. Sarebbe ingiusto dire che il primo è tutto e solo al Nord e il secondo invece è tutto e solo al Sud. Si tratta di due mondi che coabitano un po’ ovunque anche se è vero che il punto di forza del primo è al Nord e quello del secondo invece è a Roma e nel Sud. D’altra parte alla radice della stagnazione del Sud c’è una ragione geo-economica più forte della singola buona volontà di chiunque. Quello che nacque nel 1861/65 è uno Stato unitario accentrato che volta le spalle al Mediterraneo; e che quindi ha fatto dell’antico territorio del Regno delle Due Sicilie l’estrema periferia di un’Europa gravitante sul bacino del Reno. La triplice gravitazione, rispettivamente renana, danubiana e mediterranea dei territori, che allora vennero a far parte del nuovo Stato italiano, avrebbe avuto bisogno di un assetto federale. A causa invece della scelta per lo Stato unitario la prima prevalse inevitabilmente a spese delle seconde. Fino a quando non verrà ridato spazio anche alle altre, e in particolare a quella mediterranea, inevitabilmente Roma vivrà soprattutto di consumo della rendita politica e il Mezzogiorno soprattutto di assistenza. E’ in questo quadro che si situa la vicenda di Alitalia, come analogamente quella della Rai, aziende entrambe con la quasi totalità degli impiegati di base a Roma. Le due aziende sono l’indispensabile completamento di un mercato del lavoro che altrimenti offrirebbe solo ruoli amministrativi nei ministeri. Perciò, finché la burocrazia  ministeriale conserverà tutto il potere che adesso è nelle sue mani, Alitalia,  come pure la Rai, continueranno a fornire a piene mani — costi quel che costi al contribuente italiano — posti di lavoro più “sportivi” o rispettivamente più “creativi” a quei figli e figlie, a quei fratelli e sorelle, a quegli amici e amiche dei burocrati romani che sono meno inclini al lavoro di scrivania.

*Quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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