Combattere il Coronavirus e  riavviare l’economia: due cose da fare contemporaneamente

“Era necessario che l’eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, quotidiano diventasse eroico”: queste parole, pronunciate da san Giovanni Paolo II  a Norcia nel 1980 a proposito dei tempi in cui visse san Benedetto , sembrano molto bene attagliarsi a quelli in cui viviamo noi oggi. Nell’orizzonte che le virtù cardinali definiscono  (cfr. in questo stesso sito La spagnola, le difficoltà del momento e le virtù da riscoprire ), penso che ciò significhi anche continuare a considerare la realtà in tutti i suoi fattori  pur nel momento di emergenza in cui ci troviamo.

Ferma restando la particolare gratitudine verso tutti coloro che in vario modo sono specificamente impegnati a contrastare l’epidemia del Covid-19 e ad assistere e curare chi se ne ammala, nella circostanza in cui ci troviamo nessuno ha motivo di ridursi a spettatore ammirato ma passivo della situazione. Ciascuno deve  fare la propria parte cosicché il resto della struttura sociale ed economica continui a funzionare nel miglior modo possibile.

In tale prospettiva mentre si fa di tutto perché il morbo si fermi si deve pure fare di tutto  perché non si fermi l’economia. Deve essere chiaro che si tratta di due necessità che urgono contemporaneamente e non in sequenza. Se infatti l’epidemia planetaria di Covid-19 venisse stroncata al prezzo del collasso dell’economia mondiale la malattia ritornerebbe sulla scena più perniciosa di prima nella situazione disastrata che ne deriverebbe. Perciò meritano grande attenzione proposte come quelle avanzate lo scorso 24 marzo sul Corriere della Sera da Giovanni Cagnoli in un intervento dal titolo “Coronavirus, cosa fare per uscire dalla crisi? Ripresa del lavoro per 3 fasce di età. No alle nazionalizzazioni”. Economista ma anche grosso operatore economico, Cagnoli osserva essere molto difficile che il Covid-19 possa venire debellato in due-tre mesi come si sta sperando. E’ molto più probabile che ci  vogliano 4-6 mesi, se non anche un anno. L’economia di un moderno Paese industrializzato come il nostro non può tuttavia  reggere così a lungo a un regime di «chiusura» (lockdown) come l’attuale. Tanto più per un grande Paese manifatturiero come il nostro, il tele-lavoro non è una soluzione di validità generale. Perciò, al di là dei 60 giorni lavorativi, gli aiuti a sostegno delle crisi di liquidità non basteranno più a impedire il fallimento di un sempre più grande numero di aziende fino a provocare un crollo generale. Cagnoli propone pertanto  di garantire e finanziare la lontananza dal luogo di lavoro degli ultracinquantacinquenni avviando invece il ritorno graduale dei più giovani nelle fabbriche, nei laboratori, nei negozi e negli uffici. Inoltre sottolinea il pericolo che, all’ombra della lotta al Covid-19,  si riapra la via alle nazionalizzazioni: una politica il cui effetto nefasto è ormai storicamente accertato. Osserviamo al riguardo che l’apertura alla nazionalizzazione di Alitalia, già infilata in un decreto, è un pessimo segnale. Nel dettaglio le proposte di Cagnoli si possono ovviamente anche discutere ma respingerle a priori per principio, come molti hanno fatto in questi giorni, è una sciocchezza. Non si può – diciamolo ancora una volta –  prima debellare il Covid-19 e poi rianimare l’economia: le due cose vanno fatte contemporaneamente.

Ciò detto, resta poi il fatto che, anche in tempo di Covid-19,  lo Stivale non pendola nel vuoto come la calza appesa al camino in attesa della Befana.  Abbiamo ancora un ministro della Sanità? Se ciò fosse varrebbe la pena che Conte gli lasciasse il passo e ritornasse a fare il premier. E siccome comunque il ministro degli Esteri è lui, e al momento non se ne può sperare un altro, sarebbe meglio che, anche in tempo di Covid-19,  Di Maio si occupasse di politica estera lasciando ad altri il compito di festeggiare l’arrivo di partite di mascherine dalla Cina.

Sulla scena internazionale sono in atto delle svolte cruciali. In sede europea con la fine del fiscal compact;  nel Vicino Oriente con l’acquietarsi delle tensioni per la necessità di difendersi dal Covid-19, inatteso nemico comune; altrove, dallo Yemen a diversi altri Paesi asiatici e africani, con l’esaurirsi di “guerre per procura” cui, sempre a causa del Coronavirus, stanno venendo meno gli invii di armi e di finanziamenti dall’estero. Può di tutto questo disinteressarsi un Paese con il ruolo geo-politico e la struttura economica dell’Italia? Sembrerebbe di no: dal modo in cui queste crisi si evolveranno dipende molto della ripresa economica ma  non solo. Pur se pochi se ne rendono conto, dipende anche molto del futuro della democrazia e della libertà.

30 marzo 2020

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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