Lupi, orsi e ricostruzione post Covid-19. Quale sintomo

I danni, che sulle Alpi i pastori e i malgari stanno di nuovo subendo a causa dell’incontrollato dilagare del lupo, potrebbero sembrare ben poca cosa

rispetto al dramma ormai planetario della pandemia in corso. Sono invece un sintomo, pur relativamente minuscolo finché si vuole, di quella che è una vera e propria crisi di civiltà. Se quindi ci si rende conto di quanto e di come dovrà orientarsi la ricostruzione post Covid-19 del mondo in cui viviamo, non si fatica a comprenderne il grande valore sintomatico. Anche al di là dei pur legittimi interessi delle popolazioni alpine ed appenniniche direttamente coinvolte, la vicenda è un caso esemplare di quel rapporto astratto e ideologico con l’ambiente che un certo estremismo verde negli ultimi decenni  aveva imposto come «politicamente corretto». Quell’estremismo verde  secondo cui l’uomo sarebbe un intruso, una presenza disturbante dell’aureo equilibrio naturale di “Gaia”, ossia della Terra pensata come un essere vivente.

In realtà la Terra è appunto terra, e dimora dell’uomo che su di essa è l’unica presenza consapevole. L’uomo ha beninteso il dovere di custodirla, di coltivarla e di non abusarne. Per un motivo però opposto a quello dei sostenitori più o meno consapevoli della teoria di Gaia. Insomma non perché è un intruso, ma proprio perché in quanto suo unico abitante consapevole ne è perciò responsabile con tutto ciò che ne consegue.

Non passa invece giorno senza che nei media riecheggino luoghi comuni ispirati all’ idea per la prima volta  teorizzata da James Lovelock nel 1979 nel suo saggio Gaia. A New Look at Life on Earth. L’idea secondo cui Gaia, la Terra, è appunto nel suo insieme un essere vivente, la cui buona  salute viene insidiata dalla presenza infettante e distruttiva dell’uomo sulla sua superficie. L’uomo ha perciò il dovere di ridurre il più possibile la propria nefasta “impronta” (footprint) sulla pelle di Gaia. Costi quel che costi deve quindi diminuire di numero quanto più possibile e  addensarsi in poche e ridotte megalopoli circondate da una fascia di campi coltivati biologicamente. Il resto del territorio potrebbe così tornare a essere natura selvaggia popolata solo da chi ha diritto di esserci, ossia i grandi carnivori da un lato e dall’altro le loro prede designate, ungulati e altri erbivori.  È questo il traguardo ultimo finale verso cui punta pertanto l’utopia del rinselvatichimento (rewilding o rewildering ), un irresponsabile progetto che ha ciononostante un bel po’ di influenti sostenitori, come si può facilmente scoprire mettendo appunto la parola rewilding o rewildering in tutti i più diffusi motori di ricerca.  

Nel suo libro-manifesto Selvaggi (2013, traduzione italiana 2018, Piano B Edizioni) il padre del rewilding, George Monbiot, giornalista-scrittore inglese, titolare di una rubrica a ciò dedicata sul Guardian, sogna “la rinaturalizzazione dell’Europa” e il ritorno nelle rinate praterie e foreste primigenie europee della sua grande fauna estinta, ossa “elefanti, rinoceronti, ippopotami, leoni e iene”. Nel caso dell’Italia il progetto più ambizioso dello European Rewilding Network, il gruppo di pressione costituito a tale scopo, è la rinaturalizzazione degli Appennini dell’Italia centrale. Si tratta più o meno dell’area colpita dai terremoti del 2016 che evidentemente è stata ritenuta particolarmente adatta dal momento che il sisma vi ha già fatto parecchio per… cacciare via gli intrusi.

Sia sulle Alpi che sugli Appennini il primo passo del progetto è comunque la reintroduzione incondizionata del lupo, dell’orso e della lince. Con il progetto Life Wolfalps l’Unione Europea ha fatto proprio tale obiettivo stanziando perciò in questi ultimi anni diversi milioni di euro. Con i fondi di Life Wolfalps si finanziano corsi e convegni in cui gli allevatori e i contadini di montagna vengono paternamente invitati e spronati a “convivere” con i grandi carnivori attrezzandosi per difendere il loro bestiame dagli attacchi dei lupi e degli orsi. In realtà la “convivenza” tra alpeggio, pascolo e grandi carnivori è impossibile in territori montani così densamente antropizzati e abitati come quelli del nostro Paese e anche del resto dell’Europa. L’Italia non è la Mongolia, il Wyoming o l’Alaska. Nei fatti il dilagare dei grandi carnivori al di fuori di alcuni pochi parchi naturali ben definiti e controllati equivale da noi a una condanna a morte dell’allevamento, dell’alpeggio e del pascolo, ossia dei pilastri della struttura socio-economica delle terre alte; equivale quindi al loro spopolamento, che è poi il vero obiettivo di tutta l’operazione.

Senza ridire cose scritte già da tempo in questo sito (si veda ad esempio  L’assurda vicenda del ritorno (agevolato) sulle Alpi del lupo, feroce “mascotte” di un ambientalismo nemico dell’uomo, 15 novembre 2013) e che si possono ritrovare facilmente inserendo nel motore di ricerca qui a fianco le parole <lupo> e <orso> riprendo qui tre episodi di cronaca recente a conferma  dell’attualità del problema. Lo scorso 20 marzo nelle pagine «Verbano Cusio Ossola» de La Stampa, è apparsa la notizia di un attacco di lupi al gregge di un allevatore di Barzona di Calasca Castiglione, un comune della valle che conduce a Macugnaga, il noto centro turistico alpino. I lupi hanno superato il recinto in cui era raccolto il gregge. L’allevatore,  che dall’anno scorso a oggi ha perso a causa dei lupi metà del proprio gregge, ha detto di voler vendere le pecore sopravvissute e cessare così un’attività cui la sua famiglia si dedicava da 140 anni.

Nella vicina valle Strona, dove pure il ritorno del predatore (di cui non si registrava più la presenza dal 1927) sta mettendo in crisi l’allevamento ovino, su richiesta degli abitanti il parroco ha ripristinato nella forma originale la tradizionale messa per invocare la protezione dai lupi. Nella messa, istituita nel 1762 e celebrata ogni anno nel giorno del patrono san Valentino, da tempo non si invocava più la protezione dai lupi, ritenuta ormai anacronistica, ma quella dalle calamità naturali in genere. Con grande concorso di popolo quest’anno si è invece tornati alla formula originaria.

Infine, nel non lontano Canton Ticino si è già registrata una “possibile predazione da lupo”; e negli ultimi tre mesi gli avvistamenti del predatore sono stati numerosi non solo nelle valli ticinesi al confine con la nostra Val d’Ossola ma anche nelle due vicine valli di lingua italiana del Canton Grigioni. Stando così le cose, non potremmo finalmente accorgerci tutti quanti  che i lupi sono lupi, e non Ezechiele Lupo o Lupo Alberto; e che gli orsi sono orsi, e non Teddy Bear o  l’Orso Yoghi?

20 aprile 2020

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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4 risposte a Lupi, orsi e ricostruzione post Covid-19. Quale sintomo

  1. michelecrt ha detto:

    Grazie per le franche parole

  2. Bocian ha detto:

    <>
    Carissimo Dott. Ronza, stavolta metto solo la citazione ma, per pura carità di Patria (Spirituale), mi astengo da ogni doloroso commento. Mi consenta solo questo: va bene “ut unum sint”, ma quanta fatica…
    Mi stia bene.

  3. Tommaso ha detto:

    Salve seguo da 30anni la ripresa del lupo in Italia come semplice appassionato. Da quando è diventata specie protetta mi pare negli anni 60 ha cominciato ad espandersi seguendo la sua preda preferita, il cinghiale.
    Quindi negli anni 90 è arrivato in Piemonte. E poi lentamente fino in Veneto. I gruppi di pressione non hanno reintrodotto il lupo (parlano ..idee…) e neppure il progetto Wolfalps, che si limita a monitorarlo.
    Le condizioni mutate, compreso il crollo demografico in alcune aree, hanno permesso che ciò accadesse. Non è necessario pensare a Gaia etc.
    Magari avessimo cura come nostra missione di essere i giardinieri del Creato… Forse saremmo rimasti ad abitare nei tanti borghi del nostro paese. Ora dobbiamo decidere responsabilmente dove vogliamo che rimangano i lupi e quanti. Dimostriamo che possiamo creare un mondo dove vivere senza distruggerci a vicenda… Possiamo e dobbiamo farcela… La storia è cambiata

    Tommaso

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