Il Covid 19  e la nuova strada da imboccare per andare avanti

Trascorso il grosso dell’emergenza è venuto ormai il momento di cominciare a riflettere sul caso della pandemia di Covid-19 anche al di là di ogni urgenza immediata;  per trarne cioè lezioni valide per il futuro. È una riflessione cui provo a contribuire toccando due ordini di argomenti, alcuni di ambito più generale, di cui scrivo oggi, e altri invece più specificamente riferiti al nostro Paese di cui scriverò domani.

Muovendomi sulla scia del pensiero di Romano Guardini e  dei suoi magistrali La fine dell’epoca moderna (Das Ende der Neuzeit, 1950) e Il potere (Die Macht, 1951) sono convinto anch’io, come molti, che appunto il nostro tempo segni non l’apogeo ma anzi la fine di tale epoca. Aggiungo, per quanto mi riguarda, di essere  convinto che adesso siamo già giunti all’alba di una nuova età di mezzo, di un nuovo Medioevo che sfocerà poi in chissà quale epoca nuova.

Molti pilastri della modernità erano già crollati, ma quelli che la pandemia del Covid 19 ha fatto cadere sono tra i più importanti. Il  più evidente è l’orgogliosa convinzione che ormai tutte le possibili malattie contagiose dell’uomo fossero note, curabili con farmaci efficaci ed evitabili a mezzo di ben sperimentati e validi vaccini; e che insieme ai giganteschi progressi recenti della chirurgia tutto ciò stesse aprendo all’uomo la prospettiva dell’immortalità. Pur se non apertamente teorizzata, tale convinzione era così forte che a proposito della morte di una persona in cura all’ospedale era divenuto abituale dire e scrivere che “non ce l’ha fatta”. Insomma era un fallito, qualcuno che non era stato all’altezza delle ottime e salvifiche cure cui era stato sottoposto. Il Covid 19 ha drammaticamente infranto quella sconsiderata pretesa.

La ricerca e l’industria farmaceutica avevano lasciato ai margini se non del tutto trascurato lo studio di possibili nuove infezioni; tanto più che lo studio di un morbo, che forse ci sarà ma non c’è ancora, non rende nulla. In campo farmaceutico ma non solo, non si fa quasi più ricerca pura. Al suo finanziamento avrebbero dovuto tipicamente provvedere gli Stati; invece non l’hanno fatto, o comunque non l’hanno fatto in misura adeguata.

Un altro e più fondamentale feticcio della modernità che il Covid 19 ha fatto cadere in frantumi è quello — elaborato per secoli fino alla sua trionfale affermazione nell’età dei Lumi – secondo cui  per la soluzione di ogni problema dell’uomo bastano la scienza, la politica e l’economia illuminate dalla Ragione. Non c’è più bisogno delle virtù: né di quelle cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) definite da Platone, né tanto meno di quelle teologali (fede, speranza, carità) definite dai padri della Chiesa.  L’uomo moderno si era convinto, come già denunciava T.S. Eliot in un celebre verso del suo I cori della Rocca (Choruses from The Rock, 1934) che si potessero sognare “sistemi così perfetti che nessuno avrà bisogno di essere buono” (…dreaming of systems so perfect that no one will need to be good). Già prima del sopraggiungere del Covid 19 la crisi economica stava invece dimostrando che,  malgrado tutta la sua potenza e la sua efficienza produttiva, il sistema su cui si fonda oggi la convivenza umana è non solo imperfetto ma anche estremamente fragile. E dalla crisi non è possibile venire fuori finché non ci si sarà resi conto che, prima di essere politica ed economica, quella in cui ci si trova è una crisi della speranza.

Adesso la pandemia è venuta a confermare che senza le virtù, sommerse ma per grazia di Dio non spente dalla cultura dominante, la tragedia del Covid 19 sarebbe stata non solo una grave emergenza bensì una catastrofe di gigantesche dimensioni. La catastrofe è stata evitata perché tantissime persone — dal personale sanitario e ospedaliero di ogni ordine e grado fino agli addetti  di ogni ordine e grado a una miriade di produzioni e di servizi —  sono stati non solo efficienti ma prima ancora buoni, come avrebbe detto Eliot, ossia virtuosi. Teniamo però conto, osservo concludendo, che la tentazione di sognare di nuovo “sistemi così perfetti che nessuno avrà bisogno di essere buono” non è affatto venuta meno. Senza trarre lezione alcuna da quanto è accaduto, grandi forze culturali e politiche già propongono riforme dell’ordine internazionale di sapore tecnocratico e perciò autoritario. Sono proposte che vanno fermamente contrastate indicando e riportando al centro l’uomo e le virtù, e quindi il primato dell’autorità morale su ogni altra forma pur necessaria di autorità.

19 maggio 2020

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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