Italia e Covid 19. L’inconsapevole eredità di Kant, Hegel e Marx: una palla al piede sulla via della rinascita 

Nell’orizzonte delineato ieri nella mia nota Il Covid 19  e la nuova strada da imboccare per andare avanti mi soffermo oggi su alcuni elementi della cultura dominante del nostro Paese che meritano di venire riconosciuti, e se possibile superati. Si tratta infatti di elementi che complicano in modo specifico la nostra vita pubblica tanto più appesantendola nei periodi di crisi.

Sopra un’ancora consistente anche se ammutolita tradizione cattolica, tuttavia riemersa durante l’emergenza di questa pandemia,  scorre nel nostro Paese una forte cultura radicata nell’idealismo di Kant e di Hegel, e in tutto ciò che ne derivò. È questa la…religione di Stato delle élite e perciò l’asse portante della cultura mediatica, che è poi la forgia della mentalità corrente e dei luoghi comuni dominanti. Ovviamente la gran parte di coloro che vi si riconoscono non ne è consapevole, ma dal punto di vista del peso delle sue conseguenze ciò conta ben poco. Diventa perciò tanto più importante rendersene conto, anche perché meno se ne è consapevoli più se ne può diventare involontariamente succubi. Una mesta condizione da cui purtroppo anche parecchio mondo cattolico non è immune.

È evidente in primo luogo l’impatto della concezione dialettica della realtà intesa come scontro continuo di tesi e antitesi che sfociano in sintesi instabili le quali innescano altri ulteriori scontri e così via. Nella sua forma più estrema, espressa dalla famosa frase di Trotskij secondo cui “la violenza è la levatrice della storia”, quest’idea della realtà e del progresso viene oggi rifiutata, ma in effetti sussiste. Ne deriva un modo aggressivo di affrontare qualsiasi problema, in forza del quale più che appellarsi per il suo superamento al contributo attivo di tutte le parti in causa, si parte alla ricerca di un colpevole individuato e neutralizzato il quale il problema sarebbe risolto. In una situazione come quella contemporanea, in cui ogni problema è complesso e multilaterale, questa concezione di fondo ha un effetto quanto mai perverso. Tutte le parti in causa entrano nel dibattito ponendosi in difensiva e mirando principalmente alla ricerca del capro espiatorio: si crea così un clima che rende quanto mai difficile qualsiasi soluzione positiva della questione sul tappeto. Non faccio esempi specifici dell’applicazione di questo schema mentale perché chiunque non faticherà a trovarne da solo degli esempi in ogni campo.

L’eredità di Kant e di Hegel ha formato le élite italiane post-unitarie lungo due percorsi, dapprima nella sua versione liberale culminata con Benedetto Croce e poi nella sua versione marxista. Siccome nel quadro degli accordi “subacquei” che la Dc strinse col Pci per scongiurare il rischio della guerra civile ci fu anche il campo libero offerto al Pci nel mondo dell’università, dell’arte, del cinema e della cultura in genere, da ciò derivò l’immissione nella cultura comune di massa di una quantità di postulati di matrice marxiana che perdurano tuttora. Benché come cultura ufficiale dell’intelllighenzija il marxismo sia scomparso dalla scena ormai da decenni, e benché il suo posto sia stato oggi preso dal progressismo borghese,  nella mentalità comune resta molto più marxismo di quanto si creda. Per esempio il giudizio negativo sull’impresa e sugli imprenditori. In linea di principio il mondo della produzione non è buono. L’impresa è cattiva e ogni imprenditore è un ladrone, salvo prova contraria. E in ogni caso, come predica Roberto Saviano, è sempre un criminale potenziale. Se c’è un infortunio sul lavoro la colpa è comunque dell’imprenditore, dell’azienda mentre l’operaio non può che essere innocente. Si sono dati casi in cui i sindacati hanno fatto scioperi di protesta in occasione di infortuni, come ad esempio morti per asfissia durante lavori di pulizia di cisterne effettuati da piccole o medie imprese, in cui l’imprenditore era fra le vittime.

Frutto di questo persistente influsso marxista è pure l’idea, che in effetti risale a Robespierre, secondo cui l’avversario politico non è mai qualcuno che in buona fede dà a un problema pubblico una risposta diversa o anche opposta alla tua. No, è sempre e sostanzialmente una persona indegna, un difensore di loschi interessi e così via; perciò quanto propone non merita nemmeno di  venire ascoltato. Mancando però oggi, per nostra buona sorte, la fase 2 che seguiva a tale delegittimazione, ovvero la condanna al Gulag, il dibattito politico finisce di naufragare in una girandola senza fine di accuse e di insulti reciproci. L’analisi potrebbe continuare,  ma soprattutto è importante rendersi conto del peso di luoghi comuni come questi sulla vita pubblica e dell’urgenza di liberarsene.

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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