Promemoria per la gente di Cl, e per chiunque altro sia consapevole del carattere liberticida del monopolio statale della scuola pubblica semi-gratuita

L’eventualità che a causa di questi mesi di chiusura, e quindi di mancato incasso delle rette, circa il 30 per cento delle scuole non statali paritarie (per lo più asili-nido ma non solo)  debba chiudere, sta suscitando preoccupazione pure al di fuori della cerchia «storica» dei loro sostenitori. Ha fatto notizia lo scorso 17 maggio la pubblicazione su la Repubblica di articolo in cui Alessandro De Nicola, noto economista e giurista laico liberale, si schierava a favore dell’aiuto — finora negato dal governo — alle scuole paritarie. Il quotidiano aveva pudicamente intitolato l’articolo “La tentazione delle paritarie”, ma poi in un sommario non aveva potuto evitare di mettere in grande evidenza uno dei passaggi-chiave del ragionamento di De Nicola, ossia che “Servizio pubblico non vuol dire monopolio statale. Anzi, una competizione tra modelli educativi è virtuosa”. Nel testo il noto economista osservava inoltre che l’attuale scuola statale non potrebbe reggere il colpo del riversarsi improvviso su di essa di circa 300 mila nuovi allievi provenienti dalle scuole paritarie chiuse.

La riapertura del dibattito sul monopolio statale della scuola, impensabile fino a poco tempo fa, è un evento interessante che merita di non venire trascurato. In Italia questo monopolio, che il fascismo aveva completato con la statalizzazione delle allora scuole elementari, venne ereditato tale e quale dalla Repubblica, anche grazie a un ambiguo e controverso comma della Costituzione. Nella nuova Italia democratica post-bellica il primo soggetto di una certa rilevanza pubblica che cominciò a discuterlo fu nel 1962 a Milano Gioventù Studentesca, il movimento animato da don Luigi Giussani da cui sarebbe in seguito nato Comunione e Liberazione. Per lui la libertà d’educazione, pietra d’angolo della libertà tout court, era un principio e perciò un valore civile di assoluta priorità. Il principale se non il solo motivo per cui nel 1976 egli aveva accettato obtorto collo un forte e diffuso impegno politico di molti esponenti rappresentativi del Movimento fu la speranza che essi potessero aprire finalmente  la via alla libertà di educazione con il conseguente venir meno del monopolio statale della scuola. Di questo sono uno dei testimoni diretti.

Beninteso, nessuno vuol dire che la scuola statale sia perciò stesso una cattiva scuola. Lo Stato ha anche ottime scuole e ottimi insegnanti,  ma non è questo il punto. Oggi la scuola statale è  molto spesso di bassa qualità, ma pur se fosse sempre ottima il problema resterebbe tale e quale. In fin dei conti in ballo non è la qualità bensì la libertà dell’educazione (di cui ovviamente la qualità è un ineludibile corollario).

A oltre quarantacinque anni da quel 1976 si deve francamente riconoscere che in sede nazionale, e quindi con valore generale, tale obiettivo è stato del tutto mancato. Non importa qui dire se per incapacità o per impossibilità reale, se per mancanza di strategia o per fragilità di fronte alle sirene del potere. Tutto questo riguarda le coscienze delle persone, ma non ha alcuna rilevanza pubblica. Sta di fatto che la causa della rottura del monopolio statale della scuola pubblica semi-gratuita in quarantacinque anni non ha fatto alcun passo avanti, e che coloro i quali divennero ministri lo furono di dicasteri che nulla hanno a che vedere con la scuola.

Si deve riconoscere che — anche per quanto ricorderemo più avanti — si trattava senza dubbio di una battaglia tra Davide e Golia. In questo caso però Golia non corse grandi rischi perché più di un Davide comparve sulla scena con la fionda sulla spalla, ma dopo essersi guardato un po’ attorno decise che era più urgente andare a fare qualcos’altro. L’unico a realizzare al riguardo qualcosa di concreto, ma inevitabilmente solo in sede regionale, fu Roberto Formigoni con l’istituzione del «buono scuola».

Senza dubbio, dicevamo, il monopolio statale della scuola pubblica semi-gratuita (all’origine gratuita) è un Golia dell’età moderna. Compare nella storia con la Rivoluzione Francese: un voto dell’Assemblea Nazionale lo sancisce il 4 settembre 1791. Si   diffonde poi in tutta l’Europa continentale sulla scia delle conquiste napoleoniche, e  trova infine ulteriore rafforzamento nella filosofia di Hegel e nella sua idea che lo Stato sia in certo modo qualcosa di divino. Un’idea che dopo di lui si secolarizzerà ma senza cambiare contenuto fino a fare dello Stato moderno la sede prestabilita e tendenzialmente esclusiva del bene e della giustizia;  quindi il miglior educatore possibile dei suoi cittadini. Restarono invece fuori da questo influsso la Gran Bretagna, ove Napoleone mai riuscì a mettere piede, e quindi tutto il mondo di lingua inglese, Stati Uniti  compresi.

Non sorprende  che, pur essendo obiettivamente tirannico, il presunto diritto-dovere dello Stato di  educare in esclusiva i propri cittadini venga normalmente considerato ovvio in un Paese come il nostro, la cui non confessata ispirazione napoleonica è tuttavia evidente sin dalla bandiera. Nel caso italiano non solo è stato ribadito per generazioni senza la possibilità di alcun adeguato contraddittorio ma ha poi potuto consolidarsi in modo granitico grazie al fatto  che la scuola statale è divenuta un colossale ammortizzatore sociale della disoccupazione intellettuale. Il posto fisso nella scuola statale è infatti la grande speranza di una vasta platea di laureati in materie umanistiche e simili, sfornati per lo più dalle università meridionali, che  nell’industria e nei servizi non troverebbero lavoro. Conviene perciò anche alla grande industria e alla grande finanza del Nord, il che spiega perché il monopolio statale della scuola sia visto bene da  tutta la stampa più influente e diffusa.

La spesa dello Stato per la scuola si aggira in Italia attorno ai 50 miliardi di euro all’anno, di cui solo poco più dell’1 per cento va alla scuola paritaria. Ciononostante a ogni briciola di aumento dei fondi per la scuola paritaria i sindacati dei dipendenti della scuola statale lanciano grida di allarme denunciando  il definanziamento  del “servizio pubblico”. E larga parte della stampa dà eco a tali allarmi come se fossero oro colato.

Tornando in conclusione al caso dell’attuale crisi delle scuole paritarie, pochi giorni fa la Conferenza episcopale italiana, Cei, ha annunciato che metterà a disposizione per il prossimo anno scolastico 20 mila borse di studio per gli allievi della scuole paritarie. Non bastano però da sole a risolvere il problema, che come dicevamo riguarda circa 300 mila alunni. I 105 milioni previsti dal governo nel Decreto Rilancio per le scuole paritarie (65 milioni per la scuole dell’infanzia e 40 milioni per le scuole primarie e secondarie) non sono sufficienti a colmare la differenza. E inoltre sono in bilico per l’opposizione di alcuni deputati del Pd e dell’intero Movimento 5 Stelle, da sempre schierato a testa bassa in favore del monopolio statale assoluto della scuola. Si troverà in Parlamento qualcuno disposto a impegnarsi davvero nel salvataggio delle scuole paritarie? Limitarsi adesso a stracciarsi le vesti, per di più con quarantacinque anni di ritardo, può essere di ristoro per gli amici, almeno per i più benevoli, ma resta irrilevante.

26 maggio 2020

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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5 risposte a Promemoria per la gente di Cl, e per chiunque altro sia consapevole del carattere liberticida del monopolio statale della scuola pubblica semi-gratuita

  1. Bocian ha detto:

    Caro Dott. Ronza, speriamo che non la legga il fantastico Vittadini: “Tutti i dibattiti sulla scuola pubblica e sulla scuola libera ideologici che ci hanno ammorbato per anni nascono semplicemente perché uno non ascolta l’altro. (…) Guai alle ideologie, è finito quel mondo! Il mondo è il dialogo!”.

  2. Sandro Chierici ha detto:

    Tale Pierfranco Pellizzetti scrive stamattina a conclusione di un delirante articolo su Micromega che l’idea insita nella missione primaria della scuola pubblica è di essere prima di tutto “scuola di cittadinanza”. Ossia il luogo di addestramento dei sudditi, il modello di uomo che vediamo fin troppo bene applicato in questi mesi.

    • Bocian ha detto:

      C’è di più: secondo quella visione, è il luogo nel quale deve essere veicolato e divinizzato il pensiero unico dei potenti di turno e – per contrasto – deve essere messa a pubblico ludibrio ogni voce dissonante. A quella “scuola di cittadinanza” si applicano benissimo le parole di Czesław Miłosz: «si è riusciti a far capire all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata».
      Probabilmente Micromega aveva in mente i “campi di rieducazione”…

  3. CARLO GRIGNANI ha detto:

    Caro Robi Ronza, i miei antichi studi in Giurisprudenza mi consentono di contestare amichevolmente la vulgata secondo cui la Costituzione sul tema delle scuole libere e del loro finanziamento da parte dello Stato sia ambigua. Mi spiego: l’articolo 33 al terzo comma consente a “Enti e privati” di istituire scuole “senza oneri per lo Stato”. Istituire, vale a dire fondare, costruire, aprire ecc… Queste scuole – vedi il comma successivo – possono chiedere la parità che una volta concessa sottostando a certe regole, obbliga lo Stato ad assicurare agli alunni che frequentano queste scuole un trattamento “equipollente” a quello riservato agli alunni della scuola statale. A mio modo di vedere tutto molto chiaro. Una seconda riflessione – purtroppo amara – derivante dal mio passato di amministratore di Liceo paritario. Genitori anche “cattolici” non hanno remore nell’iscrivere alle paritarie i propri figli…ma sino alla fuoriuscita dalla scuola dell’obbligo. Poi si opta per una scuola “laica” perchè si devono confrontare col mondo (sic!). Inascoltato il buon Tovini preoccupato di educare i figli nella scuola “libera” a costo di intaccare (parole testuali) anche il patrimonio pur di conservare in loro la fede. Da ultimo…eccettuato Formigoni e timidamente CL la Chiesa italiana si è mai preoccupata della sopravvivenza della scuola libera?

  4. Alberto ha detto:

    “Il principale se non il solo motivo per cui nel 1976 egli aveva accettato obtorto collo un forte e diffuso impegno politico di molti esponenti rappresentativi del Movimento fu la speranza che essi potessero aprire finalmente la via alla libertà di educazione con il conseguente venir meno del monopolio statale della scuola. Di questo sono uno dei testimoni diretti”.

    Io credo che questa affermazione rientri nella vulgata ufficiale ciellina che ultimamente tende a marcare una distanza tra l’impostazione del pensiero di Giussani e la partecipazione del movimento e dei suoi membri alla politica. Mi sembra che confligga con ciò l’esperienza di MP, vera e propria costola politica di CL e, dopo il suo scioglimento, il fatto che laddove vi erano candidati di CL a qualche elezione politica (dai Comuni all’Europa) il movimento si è sempre schierato pancia a terra a loro favore, sostenendoli in modo più che attivo nelle campagne elettorali. Non posso pensare che gli enormi sforzi profusi dal movimento per appoggiare i suoi candidati non avessero il placet di Don Giussani e della dirigenza di CL. Se così non fosse stato, avrebbe voluto dire che Don Giussani non aveva il controllo del movimento, cosa assolutamente impensabile. Forse la realtà è diversa da come ce la state raccontando.

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