L’assassinio di Giulio Regeni, le due fregate e la vera posta in gioco

La vendita delle due fregate prodotte dalla Fincantieri e pronte per la consegna all’Egitto, ha spiegato ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, “è ancora da autorizzare”. Senonché una fregata (nel senso di  «nave da guerra») non è un bruscolino; e nemmeno una caramella che se non la vuoi più vendere a Tizio puoi sempre venderla a Caio. É chiaro quindi che Di Maio sta prendendo tempo  per farne digerire la vendita a un’opinione pubblica subito sollecitata da chi sostiene che con il regime egiziano del generale Al Sisi non si debbano avere rapporti finché non verranno assicurati alla giustizia coloro che il 25 gennaio 2016 rapirono al Cairo lo studente italiano Giulio Regeni e lo fecero ritrovare alcuni giorni dopo morto e con segni di torture in una cunetta dell’autostrada Il Cairo/Alessandria d’Egitto. Sulla sostanza della tragica vicenda mi pare non ci sia niente da aggiungere rispetto a quanto scrissi già allora (cfr. Giulio Regeni: esigere la verità, ma senza fare il gioco di chi del suo efferato assassinio vuole cinicamente fare un uso politico, 11 aprile 2016): quale fosse cioè la vera posta in gioco, e quale trappola sia stata così tesa all’Italia abbandonando lungo un’autostrada trafficatissima il corpo martoriato di Regeni in un Paese in cui ogni anno un certo numero di nemici del regime viene fatto scomparire senza lasciare tracce.

Sorprende piuttosto l’incapacità dei governi che si sono succeduti a Roma dal 2016 ad oggi. Al momento di quel delitto a palazzo Chigi c’era Renzi e alla Farnesima Gentiloni; adesso al loro posto ci sono Conte e Di Maio. Al di là del passaggio da un governo e da un ministro all’altro persiste la medesima incapacità di capire quale fosse in realtà il cinico motivo che armò la mano degli assassini di quel povero ragazzo (a meno invece che si tratti di una medesima decisione di far finta di non capire). E anche la medesima incapacità di parlare con chiarezza (a meno che pure qui si tratti di una medesima decisione di non parlare ) sia alla gente in generale e sia in particolare ai genitori di Giulio Regeni, uno studente laureando peraltro irresponsabilmente mandato allo sbaraglio dalla sua università a condurre da solo e senza copertura in un Paese autoritario una ricerca certamente sgradita al regime.

11 giugno 2020

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a L’assassinio di Giulio Regeni, le due fregate e la vera posta in gioco

  1. Bocian ha detto:

    “…irresponsabilmente mandato allo sbaraglio dalla sua università a condurre da solo e senza copertura in un Paese autoritario una ricerca certamente sgradita al regime”
    Giusto, ma parrebbe che chi sta investigando ci senta proprio pochino da quell’orecchio. E pare che ci sentano ugualmente pochino anche le adunate di coloro che periodicamente protestano (e giustamente) per la verità e la giustizia negata: proteste dirette sempre verso l’altra sponda del mediterraneo ma mai oltremanica. C’è da riflettere.

  2. Maurizio Cherubini ha detto:

    Non ho capito la ragione (o il senso) di questo articolo (?).
    Si deve fare l’affare con l’Egitto o no?

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