Italia stretta nella morsa tra crisi della maggioranza e crisi dell’opposizione. Solo un imprevisto ci può salvare

L’Italia  bloccata e complicata, Corriere del Ticino*,  1 luglio 2020

Stretta nella morsa tra un governo che non riesce a governare e un’opposizione incapace di proporre un’alternativa credibile all’ attuale maggioranza, l’Italia sembra sempre più lontana dalla fine della sua lunga crisi politica. In linea di principio tuttavia il recente passato giustifica un certo ottimismo. Di fronte a una proposta originale e che ritengono convincente gli elettori italiani sono anche disposti a dare di colpo  grande credito a dei nuovi venuti. Fu così con Berlusconi nel 1994, e rispettivamente con il Movimento 5 Stelle nel 2013, con il PD di Matteo Renzi  alle elezioni europee del 2014 e  con la Lega alle elezioni europee del 2019.

Il problema è che sin qui nessuno dei nuovi venuti si è poi dimostrato  capace di fare  davvero quanto aveva promesso, si trattasse di una “rivoluzione” liberale o di qualsiasi altra cosa. Quindi il consenso che avevano raccolto è poi svanito. Non si deve però credere che la volatilità di questi improvvisi larghi consensi sia connaturata al carattere italiano e quindi inevitabile. Finché sperano che in  qualche modo le promesse verranno infine mantenute, come fu nel caso di Berlusconi, gli elettori italiani sono anche capaci di grande pazienza.

Per comprendere i motivi  di tanta pazienza è sempre utile aver presente quanto la pietra angolare della vita pubblica sia diversa negli stati come l’Italia,  nati all’ombra delle filosofie politiche che furono causa ed effetto della Rivoluzione francese, da quella che caratterizza Stati come la Svizzera, la cui storia istituzionale non ne venne sostanzialmente toccata. In Svizzera si parte dal presupposto che, più che della politica, il progresso politico e sociale sia sostanzialmente frutto delle energie positive della società civile. Dalla politica ci si attende sopratutto un intervento  ex-post a fini di regolamentazione e di equa stabilizzazione di ciò che la società ha variato. La politica è quindi orientata alla conciliazione, e in certo modo non si può nemmeno parlare di maggioranza e di opposizione dal momento che i governi sono  coalizioni obbligatorie di tutti i partiti maggiori. Nei Paesi come l’Italia è invece soprattutto dalla politica che ci si attende il giusto progresso. La politica è perciò orientata al conflitto, e nel dibattito pubblico ogni partito entra in scena proponendo il proprio progetto generale di economia e di società come migliore rispetto a quelli di tutti gli altri e perciò come unico meritevole di attuazione.

Nel caso specifico dell’ Italia la situazione viene ulteriormente complicata dal fatto che l’economia e la società risultano divise in due grandi aree, quella dell’economia produttiva e quella dell’economia assistenziale finanziata dalla spesa pubblica. Queste due aree trovano variamente rappresentanza in tutti i partiti, anche se la prima per lo più in quelli del centrodestra e la seconda per lo più in quelli del centrosinistra. All’interno dell’attuale governo le maggiori difficoltà derivano in fin dei conti dal fatto che il Movimento 5 Stelle rappresenta quasi esclusivamente persone che vivono di spesa pubblica assistenziale mentre il Partito Democratico deve tenere conto anche di quella fetta, minoritaria ma consistente, dei suoi elettori  che partecipano dell’economia produttiva. Prigioniero della burocrazia centrale, e perciò in effetti impossibilitato a metter mano a quella radicale sburocratizzazione che pure promette, il governo Conte non riesce  né a fare un assistenzialismo efficiente, né a sbloccare i cantieri di opere pubbliche, per un valore complessivo di 199 miliardi di euro, fermi in attesa del completamento delle relative procedure burocratiche. Di qui lo scontento sia di chi vive di assistenza e di spesa pubblica improduttiva e sia di chi attende con impazienza la spesa di quei 199 miliardi, la cui spinta all’ economia italiana sarebbe maggiore di quella di tutte le scoordinate e multiformi iniziative di “rilancio”  finora  messe in campo dal governo.

D’altra parte l’opposizione di centrodestra boccheggia. Silvio Berlusconi è ormai fuori gioco, ma né Matteo Salvini né Giorgia Meloni hanno la statura politica che occorre per raccoglierne l’eredità. Inoltre e soprattutto la domanda di una grande riforma in senso liberale che Berlusconi ha suscitato ma non soddisfatto non è alla portata della Lega di Salvini, liberale sì ma anche no,  né tanto meno di Fratelli d’Italia di Meloni, erede dello statalismo del Mussolini “sociale”.  Quindi la situazione è bloccata salvo che sulla scena compaia inatteso un nuovo soggetto politico con un progetto autenticamente e tenacemente liberal-popolare: qualcosa che per ora né  c’è, né s’intravvede.

 

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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