Consiglio Europeo: come molto probabilmente andrà a finire, e le questioni-chiave di cui non si parla

Continuo a pensare che il pagamento dei debiti dello Stato verso i fornitori e lo sblocco delle opere pubbliche già progettate e già finanziate ma ferme a causa di intoppi burocratici e di ricorsi senza fine (secondo i vari  calcoli una cifra compresa fra i 115 e i 162 miliardi di euro) darebbero alla nostra economia tutta la spinta di cui oggi ha bisogno senza far aumentare il debito pubblico. Perciò mi appassiono poco alle cronache del Consiglio Europeo, il vertice dei capi di governo dei 27 Stati membri dell’Ue attualmente in corso. È già facile prevedere che sarà più o meno un buco nell’acqua, o nella migliore delle ipotesi una proverbiale boccata d’ossigeno di cui si potrà disporre soltanto l’anno prossimo quando le aziende che non saranno riuscite ad aiutarsi da sé o con  risorse attinte all’erario italiano saranno probabilmente già scomparse.

Penso debba preoccupare assai di più il fatto che l‘Unione Europea è del tutto assente dal livello che può essere soltanto suo: quello cioè del grande processo di riorganizzazione degli equilibri geo-politici planetari attualmente in corso. Mentre l’Unione non va al di là di litigi da pianerottolo e i Paesi nordici si stracciano le vesti accusando i Paesi mediterranei di poca previdenza, e i Paesi est-europei di poca democrazia, nel mondo si giocano partite cruciali da cui l’Europa è assente.

È un’assenza che ci pone in una situazione quanto mai pericolosa. Un gigante economico come l’Unione Europea, il secondo mercato più ricco del mondo in valore assoluto, non  può infatti – diciamo ancora una volta — continuare ad essere un nano politico senza trasformarsi in una grande e facile preda. Diversamente però da quanto pensano i Paesi nordici, molto giudiziosi e soddisfatti di se stessi anche perché molto lontani dai grandi punti di tensione internazionale del nostro tempo, oggi  la grande partita europea si gioca innanzitutto nell’area mediterranea e in quella danubiana. Perciò non è giusto né prudente emarginare e delegittimare con scuse varie gli Stati membri mediterranei e orientali dell’Unione, ossia quelli che sono in prima linea e che hanno più esperienza di come vanno le cose sulle rive del Mediterraneo e nel bacino del Mar Nero.

Il nostro Paese, il maggiore fra gli Stati  membri bagnati soltanto dal Mediterraneo, avrebbe tutti i motivi per diventare antesignano di un  processo di riequilibrio dell’Unione in senso sia mediterraneo  che danubiano. Per questo però occorrerebbero una cultura storica e geopolitica e una capacità di visione di cui non appaiono rilevanti tracce  nella maggioranza di governo ma nemmeno nell’ opposizione. Fra l’altro una maggiore gravitazione dell’Unione Europea verso le aree mediterranea e danubiana aprirebbe nuove prospettive e quindi darebbe maggior peso rispettivamente alle regioni a sud della Loira in Francia e alla Baviera in Germania facendo dell’attuale blocco franco-tedesco qualcosa di meno granitico di quanto adesso è.

Una questione cruciale per l’Europa sono oggi le relazioni con l’Estremo Oriente. Mi si lasci ricordare che ne La nuova Via della Seta, un mio libro uscito nel 1984, già auspicavo appunto la riapertura di quello storico itinerario commerciale quale strada maestra per una riorganizzazione più pacifica e più equilibrata delle relazioni euro-asiatiche. In apertura di una ristampa di tale libro, che l’editore Jaca Book pubblicò l’anno scorso con il nuovo titolo Come rane nel pozzo /Le nuove Vie della Seta, scrivevo che oggi finalmente la Via della Seta si sta riaprendo, ripensata come linea ferroviaria merci ad alta capacità, ma su misura degli interessi della Cina da una parte e della Germania dall’altra, lasciandone cioè ai margini l’India da una parte e l’Italia e il Mediterraneo dall’altra. Adesso da uno studio dal titolo The Arctic Route / Climate change impact, Maritime and economic scenario, Geo-strategic analysis and perspectives, recentemente pubblicato in inglese dal gruppo bancario italiano Intesa/Sanpaolo, si apprende che, cogliendo l’occasione offerta dall’ attuale fase di riscaldamento del globo, si tra lavorando allo sviluppo della rotta artica: un nuovo itinerario marittimo euro-asiatico che potrebbe collegare  i porti dell’Estremo Oriente a Rotterdam, Anversa e altri porti del nord Europa passando per lo stretto di Bering e di lì navigando lungo le coste settentrionali della Russia e della Norvegia. Rispetto all’ attuale itinerario da sudest a nordovest attraverso il canale di Suez si scenderebbe da 21 mila a 12.800 chilometri con un risparmio di 10-15 giorni di navigazione. L’effetto combinato della rotta artica e della nuova «Via della Seta» ferroviaria già in funzione dal 2014 tra Chongqinq (Cina) e Duisburg (Germania), 11.179 chilometri che vengono percorsi da convogli merci ad alta capacità in 13 giorni, spingerebbe definitivamente ai margini in Oriente l’India e il Vicino-Medio Oriente, e in Occidente l’Italia e gli altri Paesi del sud Europa. Verrebbe così impedito il ritorno, oggi finalmente a portata di mano, del Mediterraneo al suo storico ruolo di grande crocevia commerciale ma innanzitutto di primo crocevia della civiltà umana.

Si riusciranno mai ad avere a Roma dei governi e dei parlamenti che guardino all’Unione Europea avendo presenti non solo questioni di cassa a breve termine  ma innanzitutto prospettive e problemi del genere?

17 luglio 2020

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Consiglio Europeo: come molto probabilmente andrà a finire, e le questioni-chiave di cui non si parla

  1. Bocian ha detto:

    Egregio Dott. Ronza,
    questo suo bell’articolo di seria politica internazionale suggerisce che avremmo estremo bisogno di un solido e capace Ministro degli Esteri.
    Noi abbiamo un certo Luigi Di Maio. Non occorre che aggiunga altro.
    Saluti

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