Gli aiuti “pelosi” di Bruxelles e le riforme mai fatte che erano già urgenti 25 anni fa

I soldi dell’Unione Europea all’Italia, Corriere del Ticino*, 29 luglio 2020

Non appena possibile, avendo in Senato una maggioranza molto risicata, il governo Conte cerca in Italia di sfuggire al controllo parlamentare. E d’altro canto, per sottrarsi all’abbraccio soffocante dell’alta burocrazia ministeriale, con cui molti dei suoi improvvisati ministri faticano a confrontarsi direttamente, ricorre a commissioni esterne di esperti di sua fiducia, chiamate (chissà perché) task forces. Lo scontro in corso a Roma riguardo a chi gestirà i 209 miliardi di euro di aiuti, assegnati al Paese dall’ Unione Europea, ha pertanto dei suoi precisi motivi. Questa volta sembra che Conte si sia infine dovuto arrendere alla burocrazia. Niente commissioni parlamentari ad hoc ma nemmeno una task force. Si prospetta invece, almeno in prima battuta, un apposito comitato inter-ministeriale: ovvero una garanzia certa di lentezza e di risultati farraginosi.
Si tratta comunque di fondi che diventeranno via via disponibili solo nell’ arco di diversi anni e a partire dalla seconda metà del 2021. Quindi gli squilli di tromba, con cui giornali e telegiornali vicini al governo ne hanno celebrato la disponibilità, sono un po’ prematuri.
Nel frattempo si potrebbe attingere al Meccanismo europeo di stabilità, Mes, più noto col nome di Fondo salva Stati, cui tuttavia il Movimento 5 Stelle è assolutamente contrario. Perciò al governo Conte non resta che aumentare il deficit al di là di quanto già previsto nel bilancio preventivo dello Stato per il corrente anno.
Per l’occasione un nuovo eufemismo è entrato nel gergo politico italiano: per non dire chiaro e tondo che si tratta appunto di un aumento del deficit si parla pudicamente di “scostamento di bilancio”. Oggi il Parlamento di Roma sarà chiamato a votare su uno “scostamento” di 25 miliardi di euro, il terzo dall’inizio della pandemia del Covid 19. All’ impiego degli aiuti europei il governo di Roma arriverà dunque con un bilancio ulteriormente appesantito da tutti questi “scostamenti”.
Deciso lo scorso 21 luglio dal Consiglio europeo, ossia dal comitato dei capi di governo degli Stati membri, nel suo insieme il Fondo per la ripresa (che la stampa italiana ama chiamare in inglese Recovery Fund) ammonta a 750 miliardi di euro di cui 390 in stanziamenti a fondo perso e 360 in prestiti. Dei 209 miliardi assegnati all’Italia 84,4 sono a fondo perso e 127,4 sono prestiti. Nei cinque giorni che occorsero per arrivare all’accordo, in Italia si discusse molto sulle condizioni che da Bruxelles sarebbero state poste al loro impiego. Il governo sostiene che essere riuscito ad ottenere che gli aiuti, di cui l’Italia è il maggiore beneficiario, siano incondizionati, ma in realtà non è così. Salvo modifiche di facciata il condizionamento è ovviamente rimasto. La Commissione europea, ossia l’organo esecutivo dell’Unione, ne seguirà la spesa passo passo, e verifiche specifiche potranno venire richieste anche da singoli Stati membri. Non solo: ci sono tutte le premesse perché i controlli raggiungano poi a cascata anche il resto del bilancio degli Stati beneficiari, quello cioè finanziato con risorse proprie. L’Ue, così come oggi risulta strutturata, conferma ancora una volta di essere un Leviatano tecnocratico (basti dire che gli uffici della Commissione hanno circa 32 mila dipendenti) che sfugge alle regole della democrazia. L’europarlamento, l’unica fra le istituzioni europee a essere eletta dal popolo, non ha alcun potere di indirizzo politico. É una camera di revisione che può votare solo su ciò che la Commissione gli sottopone.
Ciò che tuttavia oggi più preoccupa in Italia è la capacità dello Stato italiano di spendere in fretta e bene gli aiuti che riceverà dall’Unione. Una preoccupazione peraltro condivisa anche in sede europea tenuto conto che da anni l’Italia non riesce mai a spendere del tutto nemmeno gli stanziamenti ordinari che riceve da Bruxelles. D’altra parte, fra debiti insoluti e opere pubbliche ferme a causa di complicazioni burocratiche, si calcola che ammontino attualmente fino a 162 miliardi di euro le risorse del bilancio ordinario dello Stato italiano stanziate, ma non spese. Urge una radicale riforma delle istituzioni che però finora nessuno ha seriamente tentato. “L’Italia attende da troppo tempo le riforme istituzionali e da troppo tempo ne sente parlare: è giunto il momento di farle”, disse solennemente nel dicembre 1996 l’allora presidente Scalfaro, citato sabato scorso da Gian Antonio Stella sul Corriere della sera. Da allora sono passati quasi 25 anni ma le riforme restano ancora da fare.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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