La tragica esplosione di Beirut e quella tv che racconta solo il male e la paura censurando il bene e la speranza

 Almeno fino a questo momento tutto induce a credere che la tremenda esplosione avvenuta ieri nel porto di Beirut sia un incidente e non un attentato. O in ogni caso , tenuto conto che ha preso fuoco un materiale di non facile accensione, l’iniziativa di  criminali irresponsabili. Anche se resta ancora da capire come mai da sei anni 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, un fertilizzante che se prende fuoco esplode, giacessero in un deposito incustodito sull’area portuale della città, capitale sia politica che finanziaria del Libano. Dal punto di vista della ferrigna logica del terrorismo infatti la strage e le distruzioni sono in questo caso controproducenti. A causa delle loro enormi dimensioni più che produrre disorientamento inducono la gente a stringersi attorno al governo, quale che esso sia.  Il gravissimo incidente, che ha causato almeno cento morti e 4 mila feriti nonché la distruzione di interi quartieri della città, colpisce un Paese che già era attanagliato da una drammatica crisi economica.

Si parla di inviare a Beirut persino ospedali da campo per rimediare all’ ovvia impossibilità del sistema sanitario libanese a soccorrere un così grande e imprevedibile numero di feriti.  Considerato che il luogo del disastro è un’area costiera portuale, meglio ancora sarebbe se la Sesta Flotta degli Stati Uniti, di stanza nel Mediterraneo orientale, inviasse rapidamente a Beirut le sue moderne e veloci navi ospedale e così pure le sue navi da attacco anfibio, dotate ciascuna fra l’altro  di ospedali di emergenza da 300 letti. Nessuno più della Sesta Flotta ha nell’ area un’altrettanta capacità mobile di cura di feriti di guerra.

C’è poi da augurarsi che dal male di questa tragedia venga paradossalmente il bene di un afflusso di aiuti internazionali che se ben gestito potrebbe diventare un volano di ripresa sia per il Libano che per i Paesi circostanti.

Tutto ciò fermo restando, prendo anche spunto da questo tragico evento per fare qualche osservazione sull’impatto controproducente che l’attuale sistema mediatico, pilotato dall’informazione televisiva, ha sulla comunicazione al mondo di avvenimenti del genere. Oggi come oggi i media diventano – specialmente ma non solo in tali casi — un gigantesco volano di diffusione della paura, dell’ansia e della sfiducia.  Da un lato perché la trasmissione e ritrasmissione per ore delle immagini dell’  accaduto  fa perdurare senza fine nella mente del pubblico qualcosa che comunque è durato soltanto per alcuni istanti. Dall’altro perché la susseguente raccolta delle immagini e delle interviste è tutta e solo orientata a documentare il dolore, la disperazione o la rabbia. Viceversa, anche sulla base di alcune situazioni catastrofiche di cui fui testimone prossimo per motivi professionali (tre gravi terremoti rispettivamente in Friuli nel 1976, in Irpinia e Basilicata nel 1980 e ad Haiti nel 2010,  e proprio a Beirut i campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila dopo la strage del settembre 1982) posso dire che il dolore, la disperazione o la rabbia sono comunque soltanto una parte della storia. Ben di rado se non mai si racconta invece dell’onda di bene, di energie positive, di volontà di soccorrere, di solidarietà, di speranza, di riscoperta di ciò che veramente importa e dà senso alla vita che subito sopraggiunge in tali circostanze.

Tanta distorsione dei fatti  non è peraltro l’esito del lavoro di bassa qualità di cronisti mal preparati o di direttori incompetenti. È il frutto inevitabile di un sistema mediatico che vive di vendita dell’ansia e della paura, dove fin le rassegne stampa vengono fatte in modo concitato, e i bollettini meteorologici hanno il tono drammatico dei bollettini di guerra.

5 agosto 2020

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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