Italia, Libia e Mediterraneo: per fortuna che c’è l’Eni, ma non basta

Il ruolo dell’Eni in Libia, Corriere del Ticino*, 26 agosto 2020

Non soltanto con questo governo, particolarmente inattivo al riguardo, ma anche con quelli precedenti il vero motore della politica estera italiana nel Mediterraneo (e in parte anche in Africa) non è il ministero degli Esteri ma l’Eni, la compagnia petrolifera statale fondata nel 1953 da Enrico Mattei. La notizia dell’incontro mercoledì scorso a Tripoli dell’amministratore delegato dell’Eni, Claudio De Scalzi, con il primo ministro Fayez al-Sarraj e con il presidente della NOC (National Oil Company), la compagnia petrolifera nazionale libica, per discutere “della situazione generale della Libia in questo periodo difficile” era il segno evidente che qualcosa stava cambiando.

Il comunicato diffuso al termine dell’incontro dalla NOC, un’azienda che ben difficilmente potrebbe funzionare senza la collaborazione e l’assistenza tecnica dell’Eni, delinea un vero e proprio programma organico di stabilizzazione e di rilancio economico della Libia. “La piena trasparenza e una gestione efficace sono necessarie, così come il ritorno della gestione della sicurezza delle strutture petrolifere sotto il controllo esclusivo della Noc”, si legge  nel comunicato in cui la società lancia inoltre un “appello perché tutte le strutture siano liberate dall’occupazione militare per assicurare la sicurezza dei suoi lavoratori”, aggiungendo che solo in tal caso potrà garantire la ripresa delle sue esportazioni di petrolio. La compagnia energetica turca Karadeniz  si era offerta in alternativa di rifornire di energia elettrica la Libia occidentale tramite navi attrezzate con generatori ancorate al largo di Tripoli, Homs e Misurata,  e collegate alla terraferma con elettrodotti di emergenza posati sul fondo del mare. A quanto pare però Serraj non si è fidato della rocambolesca proposta e ha preferito imboccare la via dell’accordo di pace, che è stato discusso e sottoscritto a porte chiuse a Ginevra.

In forza di esso Al Sarraj ha annunciato prossime elezioni nel Paese, ribadendo “la sua richiesta di elezioni presidenziali e parlamentari del prossimo marzo sulla base di un’adeguata base costituzionale su cui le due parti concordano”. Per parte sua il generale Khalifa Haftar ha sospeso il blocco dei porti e delle esportazioni di petrolio nella zona da lui controllata, che aveva imposto sette mesi fa dopo il fallimento dei negoziati svoltisi a Mosca sotto l’égida di Putin. A favore dell’accordo si è espresso anche il presidente del parlamento di Tobruk, longa manus del’Egitto, secondo il quale la tregua che è stata concordata “taglia la strada a ogni ingerenza straniera e apre la via all’ uscita dei mercenari dal Paese e allo smantellamento delle milizie”.

Mentre scriviamo già le “due parti” hanno ripreso le schermaglie minacciando di porre l’una condizioni non accettabili per l’altra. Tuttavia il persistere della crisi economica internazionale sta rendendo sempre più oneroso il costo delle loro iniziative militari per i Paesi che  sostengono e finanziano rispettivamente Serraj (la Turchia) e  Haftar  (la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti). Perciò adesso la forza delle cose gioca a favore della pace, o almeno di una tregua sine die. E gioca inoltre a favore dell’Eni e quindi dell’Italia. Soltanto  l’Eni infatti dispone in Libia delle infrastrutture che occorrono per estrarre e per trasportare regolarmente in Europa grandi  quantità di petrolio e soprattutto di gas. Fra queste un gasdotto sottomarino trans-mediterraneo che collega le coste della Libia a quelle della Sicilia.  E grazie al suo ruolo di unico grande fornitore di energia elettrica alla Libia ha potuto anche ottenere che, a differenza di quelle di petrolio, le sue esportazioni di gas libico verso l’Italia continuassero regolarmente malgrado l’instabilità e la guerra civile che squassano il paese dal 2012.   Il tentativo della Francia di sostituirsi all’Italia nel suo ruolo di primo referente europeo della Libia  attaccando la Libia di Gheddafi nel 2011 è insomma fallito, ma al prezzo di un’instabilità e una guerra civile che da allora è continuata fino ad oggi.

Al posto dei suoi governi l’Eni ha difeso gli interessi dell’Italia in tutta la misura del possibile, ma senza poter contribuire a quella stabile soluzione politica della crisi libica che compete alla Farnesina  e non a un’azienda, per grande e ben organizzata che sia.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Italia, Libia e Mediterraneo: per fortuna che c’è l’Eni, ma non basta

  1. Bocian ha detto:

    “…Il tentativo della Francia di sostituirsi all’Italia nel suo ruolo di primo referente europeo della Libia attaccando la Libia di Gheddafi nel 2011…”

    Caro Dott. Ronza, in quella faccenduola c’erano più attori: c’erano l’america fintopacifista di obamoclintoniana memoria, e i compari d’oltremanica di Cameron, ben applauditi da tanta sinistra che oggi fa le spallucce, in maniera comodissimamente smemorata mentre fa manifestazioni salottiere per la pace nel mondo e per i porti aperti. E c’era anche un certo signore di Arcore che, per pura paura massmediatica, si rifiutò di mostrare gli attributi contro un’azione che violava palesemente le regole del diritto internazionale, nascondendosi dietro la fogliolina di fico del soccorso umanitario dei diritti umani. Ma la Libia è la Libia, mica la Cina o l’Arabia Saudita o il Pakistan.
    Cordiali Saluti

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