Referendum del 20-21 settembre prossimi. A che punto siamo

Un’imprevedibile ma interessante partita si sta giocando da qualche settimana in Italia attorno al referendum costituzionale confermativo in programma il 20-21 settembre prossimi. Se fino al mese scorso si poteva parlare in proposito di uno strano disinteresse, adesso la situazione è radicalmente cambiata.

Con tale referendum, il quarto nel suo genere nella storia della Repubblica Italiana, si chiede al popolo di esprimersi su una modifica della Costituzione che riduce da 630 a 400 i seggi della Camera e da  315 a 200 quelli del Senato. In Italia i referendum sono di solito distorti dal meccanismo cosiddetto del «quorum» in base al quale valgono soltanto se si reca a votare “la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. Perciò spesso i sostenitori del “no” fanno propaganda soprattutto per l’astensione, che di fatto equivale a un “no”. Non è tuttavia questo il caso dei referendum costituzionali che invece valgono, come in Svizzera, quale che sia il numero degli elettori che vi partecipa.

Quella della riforma della Costituzione, che è “rigida” (ossia si può modificare solo con una lunga e complessa procedura), è uno dei non pochi problemi politici incancreniti della Repubblica Italiana. Discussa e votata da un’apposita Assemblea Costituente eletta nel 1946 e entrata in vigore nel 1948, diversamente da quanto ama far credere il celebre comico Roberto Benigni non è affatto “la più bella del mondo”. È in effetti in molte delle sue parti non un compromesso alto ma anzi piuttosto basso tra le opposte filosofie politiche delle due maggiori forze politiche del tempo, la Democrazia Cristiana e il blocco costituito dal Partito Comunista di Palmiro Togliatti e dal Partito Socialista di Pietro Nenni.

Delineata sul modello della IV Repubblica francese (che, nata essa pure nel 1946, tuttavia durò soltanto fino al 1958), e pensata con uno sproporzionato timore per un ritorno al potere del fascismo, la Repubblica Italiana continua a essere fino ad oggi di tipo parlamentare puro: il popolo elegge il Parlamento che elegge poi il governo e il presidente della Repubblica. Da questo punto di vista il difetto principale è che un Parlamento può far cadere un governo anche in assenza di una maggioranza che sia in grado di nominarne un altro. Non vige cioè in Italia il principio della “sfiducia costruttiva” previsto dalla Costituzione tedesca, in forza del quale il Parlamento (in questo caso il Bundestag, la Camera Bassa) non può far cadere un governo se non è in grado di nominarne subito un altro. Di qui una continua instabilità dei governi di Roma oppure, come qualche volta è accaduto negli ultimi anni, una certa stabilità frutto però di un sostanziale esodo del potere dal Parlamento verso forze esterne prive di legittimazione democratica.

Il frutto poi dello scontro tra chi voleva conservare lo Stato unitario accentrato, nato nel 1861-65 con il Regno d’Italia e poi ovviamente rafforzato dal fascismo, e chi voleva invece una nuova Italia se non federale almeno autonomista, fu poi il pasticcio dell’attuale “Stato regionale”, in cui le competenze sostanziali delle Regioni non sono mai esclusive, ma “concorrono” con quelle dello Stato con la conseguente inevitabile confusione dei poteri e delle responsabilità.  I tentativi di riforma organica sin qui fatti, non avendo voluto o potuto innovare su questi punti-chiave, si sono sempre risolti in un buco nell’acqua.

E adesso siamo arrivati a questa strana riforma voluta dai 5 Stelle, che non è organica ma si limita a dare un colpo di scure alla Costituzione tagliando di un terzo i seggi del Parlamento. Essendo ormai da circa dieci anni in corso in Italia una campagna di delegittimazione dei parlamentari, accusati in blocco di essere una “casta” di fannulloni solo a caccia di privilegi, quando nel 2019 il Movimento 5 Stelle la promosse quasi nessun partito osò opporvisi. Nelle quattro votazioni da parte di entrambe le Camere, che la Costituzione italiana esige per poter essere modificata, la riforma passò a larga maggioranza. Questo benché davvero la volesse soltanto il Movimento 5 Stelle, nel cui programma c’è la chiusura del Parlamento e delle altre assemblee elettive e la loro sostituzione con consultazioni dirette via Internet. Secondo infatti i suoi fondatori Grillo e Casaleggio tale sistema darebbe finalmente corpo a quella «volontà generale» che fu il sogno di Jean-Jacques Rousseau, il filosofo settecentesco ginevrino cui si sono ispirati fino al punto di avergli intitolato la loro famosa  piattaforma telematica.

Per entrare direttamente in vigore senza il ricorso al referendum popolare, la riforma avrebbe però dovuto ottenere nella seconda votazione in ciascuna delle due Camere la maggioranza dei due terzi. Questo al Senato non accadde perché il Partito Democratico e il suo alleato Liberi e Uguali votarono contro e Forza Italia non partecipò al voto. Di qui il ricorso al referendum il cui esito fino a qualche settimana fa sembrava tuttavia scontato. Adesso cresce invece ogni giorno il numero di coloro i quali ritengono che — al di fuori di una riforma costituzionale più complessiva — un taglio dei parlamentari tout court si risolva semplicemente in un indebolimento delle istituzioni democratiche. Si sta perciò formando un «partito del no» che passa attraverso tutti gli schieramenti.

Solo il Movimento 5 Stelle fa campagna a tutta forza per il “sì”, ma persino tra i suoi parlamentari alcuni si sono schierati per il “no”. La direzione del PD di Nicola Zingaretti è per il “sì”, ma non fa campagna del momento che il grosso dei suoi militanti è per il “no” e così non pochi dei suoi leader. Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni — che in quanto a filosofia politica rappresenta l’ala destra della medesima area di cui i 5 Stelle sono l’ala sinistra – è da sempre e convintamente per il “sì”. La Lega di Matteo Salvini è per il “sì”, ma lo dice poco e a bassa voce perché molta della sua base segue Giancarlo Giorgetti, numero due del partito, che invece è per il “no”. Forza Italia ondeggia senza schierarsi chiaramente. Fuori del proverbiale Palazzo sono tra l’altro apertamente per il “no” due grandi quotidiani come la Repubblica e La Stampa.

Si stima che tra i circa 55 milioni di cittadini sui poco più di 60 milioni di abitanti che conta l’Italia, siano tra i 7 e i 9 milioni le persone attive e più o meno attente alla cronaca e al dibattito politico. Tra costoro un grande numero, se non la maggioranza, si sta orientando verso il “no”. Resta da vedere come voteranno e se andranno a votare gli altri elettori, quelli che tanto per dirne una si scandalizzano alla notizia che il tal deputato ha avuto un biglietto gratis per assistere in tribuna a una partita della Juventus, ma non trovavano niente di strano nel fatto che Cristiano Ronaldo venga pagato 31 milioni di euro all’anno.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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