Israele, Bahrein, Emirati Arabi Uniti: quale pace e perché

Essendo comunque dentro questo stagno, facciamo bene ad occuparci delle battaglie dei topi e delle rane che da anni vi si stanno combattendo; a patto però di non perdere la capacità di allargare lo sguardo anche verso più ampi orizzonti. Ritenendo perciò di essermi in queste settimane abbastanza soffermato sul referendum costituzionale di domenica e lunedì prossimi, propongo adesso di svagarsi brevemente levandosi a guardare al di sopra dello stagno. E in primo luogo a guardare al Mediterraneo e al Medio Oriente che per l’Italia nel suo insieme contano di più della maggior parte degli eventi cui in queste settimane i giornali e i telegiornali italiani si stanno dedicando a tempo pieno.

Gli Stati Uniti si stanno ritirando dal Mediterraneo e dal Vicino Oriente sin dai tempi di Obama. Non essendo più importatori ma anzi esportatori di petrolio, e dovendosi confrontare non più con l’Unione Sovietica ma con la Cina, per loro il presidio dell’area mediterranea non è più strategico ma soltanto tattico. Obama si attendeva che sul piano strategico se ne occupasse l’Europa, ma l’Unione Europea, gigante economico ma nano politico, neanche ci pensa. E basta andarsi a rileggere il discorso di Ursula von der Leyen al Parlamento Europeo di qualche giorno fa per rendersi conto che purtroppo  nel futuro prevedibile non c’è speranza.

A questo punto con Trump gli Usa si sono convinti che prima di andarsene devono sistemare le cose  a modo loro. Come attuale super-potenza nordatlantica gli Usa hanno ereditato il grande obiettivo strategico della Gran Bretagna per il Vicino e per il Medio Oriente: evitare che l’area compresa tra il Mediterraneo orientale e il Golfo torni a essere quel grande ponte naturale tra Europa ed Estremo Oriente che è stato per la maggior parte della storia. A tal fine la Gran Bretagna aveva innescato il conflitto tra Israele e gli Stati arabi che però oggi è divenuto troppo costoso; e anche in fondo non molto efficace rispetto alle dimensioni delle sfide che caratterizzano il mondo globalizzato in cui viviamo. Puntando in altro modo a quello stesso storico obiettivo oggi gli Usa di Trump stanno facendo leva sul conflitto tra Islam sunnita e Islam sciita, tra i quali sussistono tensioni e rancori analoghi a quelli che suscitarono le guerre di religione nell’Europa dei secoli XVI-XVII. Essendo gli arabi in larga maggioranza sunniti, con la sola consistente eccezione dell’Iraq, ed essendo invece l’Iran il più grande paese sciita, questo conflitto in linea di principio di ordine religioso, si sovrappone fra l’altro all’eterno conflitto tra Egitto, Anatolia e Persia per l’egemonia sulla Mesopotamia.

Washington sta attivamente lavorando alla pace e alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e i suoi vicini arabi in vista non certo della pacificazione complessiva del Vicino e del Medio Oriente, bensì di una mobilitazione dell’intero mondo arabo sunnita contro l’Iran, centro dell’Islam sciita. Mentre infatti l’Europa, e in particolare l’Europa mediterranea, hanno come dicevamo interesse a un Vicino e Medio Oriente in pace e in sviluppo, agli Usa interessa che l’area continui a restare in tensione. La pace tra Israele, il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti, siglata a Washington il 16 settembre scorso, tra l’altro un ottimo colpo per Trump ai fini della sua rielezione, non è altro che una tappa importante di questo itinerario strategico.

Da quando egli si candidò alla presidenza degli Stati Uniti l’establishment euro-atlantico ha scatenato contro Trump una gigantesca campagna mediatica di discredito che tuttavia non convinse l’elettorato americano quattro anni fa, e probabilmente non lo convincerà nemmeno il prossimo 3 novembre. Obiettivo della campagna: non proporre una cultura politica alternativa alla sua, e spiegare perché la si ritiene migliore, ma dimostrare che Trump è uno sciocco.  In realtà una sciocchezza è tale pretesa: chi esce vincitore da un’elezione in cui è il palio il maggiore centro di potere politico del mondo può avere tanti limiti, ma non quello della scarsa intelligenza. Invece di perdere tempo a dimostrare che Trump è sciocco sarebbe molto più utile capire bene come si muove e perché. Più che mai lo sarebbe per l’Europa.  Gli Usa di Trump sono ben consapevoli di quali siano i loro interessi e li perseguono con notevole abilità strategica. Della nostra incapacità di fare altrettanto noi europei, e in particolare noi europei mediterranei, possiamo incolpare soltanto noi stessi.

18 settembre 2020

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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