Giuseppe Conte, l’uomo giusto al posto giusto

Dopo il voto in Italia: la speranza è l’imprevisto, Corriere del Ticino*, 23 settembre 2020

È un’Italia in cui sia la maggioranza che l’opposizione hanno un po’ vinto e un po’ perso quella che esce dall’esito del referendum costituzionale e dalle votazioni regionali di domenica e lunedì scorsi. Con quasi il 70 per cento dei voti favorevoli è passata una modifica della Costituzione per la riduzione del numero dei parlamentari proposta e fortemente sostenuta dal Movimento 5 Stelle. Trionfano dunque i 5 Stelle? Nient’affatto perché contemporaneamente nelle votazioni delle sette Regioni in cui si votava anche per i Consigli regionali (e in sei di esse pure per i Presidenti) i pentastellati, usciti dalle votazioni nazionali del 2018 con oltre il 30 per cento dei consensi, adesso ne raccolgono meno della metà, fino al caso clamoroso del loro candidato presidente della Puglia Ivan Scalfarotto, votato solo dall’1,6 per cento degli elettori. Il centrodestra ha vinto nelle Marche, dove la sinistra era al potere da 25 anni, ma è stato battuto in Toscana, la storica Regione “rossa”  dove tentava la stessa impresa. E per di più dopo che Salvini, ancora una volta troppo sopra le righe, aveva preannunciato una vittoria “7 a 0”, adesso che si delinea un “4 a 3” (se viene confermata la vittoria della Lega nella piccola Val d’Aosta), fa la figura di quello che ha perso.

Sulla carta ci sarebbe un vincitore, il Pd di Nicola Zingaretti, l’unico tra i maggiori partiti a essere uscito relativamente bene da queste votazioni, se non fosse che è diviso al suo interno e legato mani e piedi ai 5 Stelle pronti a tutto e al contrario di tutto pur di restare al governo. In questo quadro diventa molto interessante lettura dell’editoriale di ieri del direttore de la Repubblica Maurizio Molinari, e in particolare la proposta sibillina con cui si conclude. Parlando evidentemente, come spesso gli accade, non soltanto a nome proprio ma anche per conto di importanti amici, Molinari dice che “il Pd, il partito uscito più rafforzato dalle urne, ha ora l’opportunità di rispondere alle istanze degli elettori guidando la coalizione giallorossa su un sentiero di riforme europee di alto profilo – dall’economia, all’ambiente, al digitale – sfidando le resistenze dell’ala più populista degli alleati grillini”. D’altro canto, insinua sornione il nuovo direttore de la Repubblica , ora di proprietà non più di De Benedetti ma della famiglia Agnelli, il “linguaggio moderato con cui Luigi Di Maio ha salutato il successo del «sì» — plaudendo alla coesione della maggioranza e guardando alle riforme da adottare – lascia intendere “la volontà di prendere atto del messaggio delle urne, lasciandosi alle spalle le posizioni più estreme del Movimento e aprendo la strada a una collaborazione più concreta con il Pd”.  E conclude osservando che “Saranno le prossime settimane a dire se la doccia fredda di queste Regionali per populisti (ossia nel suo linguaggio i 5 Stelle) e sovranisti (ovvero la Lega) avrà conseguenze destinate a durare”. In tal caso “di certo per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si apre la possibilità di traghettare la sua coalizione verso una piattaforma per la ricostruzione dell’Italia più in sintonia con quanto sta avvenendo nei più importanti Paesi dell’Unione Europea”.

A rigor di logica e prima ancora di democrazia, sarebbe a questo punto molto più ragionevole che il presidente della Repubblica sciogliesse l’attuale Parlamento — oggi con 345 deputati e senatori in più rispetto a quanti il popolo vuole averne, e con al governo un partito che ha un terzo dei consensi che aveva due anni fa — e convocasse nuove votazioni. Non è però questa la strada su cui sta camminando l’Italia e su cui il direttore de la Repubblica e i suoi amici amano vederla camminare. A loro parere non c’è bisogno di chiamare il popolo a votare per un nuovo Parlamento e quindi per un nuovo governo. Che cosa il popolo vuole chi sta dentro il proverbiale Palazzo lo ha già capito. Meglio non chiamarlo a votare. È più semplice e più sicuro far cambiare il programma al governo che è già al potere tanto più che per operazioni del genere il premier Giuseppe Conte ha dimostrato di essere l’uomo giusto al posto giusto.  Senza cadere da cavallo è passato dalla presidenza del Consiglio dei Ministri di un governo giallo-verde (di centrodestra) a quella di un governo giallo-rosso (di centrosinistra). Chi altro mai nella storia non solo d’Italia ma del mondo può vantarsi di aver compiuto con successo una capriola del genere? E come si vede è anche già pronto il programma: sono le vaghissime “riforme europee di alto profilo – dall’economia, all’ambiente, al digitale” del recente discorso programmatico di Ursula von der Leyen al Parlamento Europeo. Delle scatole vuote di ottimo design nelle quali si potranno poi infilare, secondo le opportunità del momento, le cose più diverse.

La prospettiva è mesta, e non si vedono vie d’uscita. Ancora una volta l’imprevisto è la sola speranza. Non esiste infatti sulla scena politica italiana alcun partito o coalizione di partiti che abbia un credibile progetto liberal-popolare, dunque alternativo alla situazione presente, e la forza morale e culturale  che occorre per raccogliere il vasto consenso mancando il quale non sarebbe possibile attuarlo. Non  bastano per questo né la Lega di Matteo Salvini, prigioniera dei limiti del suo leader, né Forza Italia, cui Berlusconi non può più dare alcun futuro, né Fratelli d’Italia che, al di là del simpatico stile comunicativo di Giorgia Meloni, ha una cultura e quindi un progetto politico né liberale né popolare.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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