Censis. L’Italia come è, e che cosa si deve sperare

Dal Censis ritratto dell’Italia pandemica, Corriere del Ticino*, 17 dicembre 2020

Come sta reagendo l’Italia alla prova della pandemia di Covid 19? La risposta a questa domanda è il leit motiv del 54° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. Fondato nel 1964 a Roma dal sociologo Giuseppe De Rita, suo attuale presidente, il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali), www.censis.it,  è un istituto privato di ricerche socio-economiche che nel tempo ha assunto un ruolo quasi istituzionale. Diversi ministeri sono suoi regolari clienti, e importanti ricerche gli vengono commissionate anche da grandi imprese. La pubblicazione del suo annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese è un evento che fa notizia e che tutta la stampa più avvertita fa oggetto di analisi e di commenti. Chi si occupa della sua stesura ama ogni volta colorarne lo stile scientifico con qualche immagine appositamente pensata per accendere la fantasia dei cronisti e dei commentatori. Quest’anno una è un titolo come “L’anno della paura nera. Meglio sudditi che morti: le vite a sovranità limitata degli italiani e le scorie dell’epidemia” e l’altra è il “sistema-Italia” descritto come una ruota quadrata che perciò non riesce a girare.

Dalla società civile, la cui vitalità è da sempre la grande risorsa dell’Italia, vengono, si legge nel Rapporto, segnali contraddittori. Da un lato «il geniale fervore degli italiani da cui traspira il nuovo» ma dall’altro un’inattesa grande disponibilità a rinunciare a molta libertà e a molta democrazia ogni volta che il governo lo chiede come qualcosa di indispensabile ai fini della lotta contro il Covid 19. Il 57,8% degli italiani è perciò disposto a rinunciare alle libertà personali, lasciando al governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni della mobilità personale; il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico introducendo limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione, di organizzarsi, di iscriversi a sindacati e associazioni.

«In tutte le epoche di crisi», scrivono gli esperti del Censis, «la società italiana ha resistito e rilanciato grazie a un curioso e originale intreccio dei suoi tessuti costituenti. La realtà di oggi ci impone, pur convinti dei meriti che nello sviluppo italiano hanno avuto e avranno il vitalismo diffuso dei processi reali e lo spontaneismo dei soggetti economici e sociali, di prendere atto che il Paese si muove in condizioni a troppo alto rischio per non presupporre una nuova e sistemica azione della mano pubblica: non per riparare i guasti, ma per ripensare il Paese, per cogliere l’occasione di immaginarlo di nuovo, per non rinchiudere la nostra società in una cultura del sussidio e del respiro breve».

Si sapeva che la pandemia stava colpendo «un Paese messo male, con il respiro già guasto, e che il contagio e le sue conseguenze avrebbero svelato in tutta la sua gravità il ritardo dei processi e la debolezza dei soggetti del suo sviluppo». I dati relativi al corrente anno purtroppo lo confermano. In un’economia che non era ancora tornata ai livelli nel 2008, rispetto all’anno precedente si stanno registrando nel 2020: — 9/10 per cento del prodotto interno lordo, — 19 dei consumi delle famiglie, –22 degli investimenti, — 31 delle esportazioni.    Quando poi dopo l’estate si è avuta la sorpresa della ripresa pandemica «L’attesa si è trasformata in disorientamento, la semplificazione delle soluzioni in emergenza è diventata sottovalutazione dei problemi, il contagio della paura rischia di mutare in rabbia. La società italiana impone un ripensamento strutturale per la ricostruzione, per i prossimi dieci anni, per le nuove generazioni, per sé stessa».

Come sempre il Rapporto del Censis offre un quadro della società italiana che è unico per completezza e per distacco dalle urgenze immediate del dibattito politico del momento. Quando però dalla foto istantanea si passa alle prospettive ancora una volta la “mano pubblica”, ossia il potere politico, viene accreditato nel suo ruolo salvifico, sempre smentito dalla storia, di grande riformatore della società. Viceversa una cosa è quando lo si intende come liberatore dai vincoli e dagli ostacoli che impediscono la crescita materiale e civile della società, e un’altra invece è quando ci sia attende da esso la   ristrutturazione della società in quanto tale. Finché in Italia non ci si libererà da questo equivoco l’uscita dalla crisi continuerà a restare lontana.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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