Italia. Covid 19 e vaccinazioni: le carenze del governo Conte e quelle del sistema

 Vaccinarsi in Italia, Corriere del Ticino*, 15 gennaio 2021

Non c’è finora un Paese al mondo in cui la campagna per la vaccinazione contro il Covid 19 proceda a spron battuto, salvo il caso peraltro atipico di Israele, nella circostanza avvantaggiato dal fatto di essere da quando esiste in stato di mobilitazione generale permanente. In Italia risultano aver ricevuto finora la prima dose del vaccino poco più di 800 mila persone. Il governo di Roma ha sottolineato con soddisfazione di avere perciò fatto meglio di altri Stati membri dell’Ue di analoghe dimensioni. Ad ogni modo si tratta solo dell’1,33 per cento della popolazione del Paese e del 26,53 per cento di coloro cui la vaccinazione, che è molto raccomandata ma non obbligatoria, viene offerta nella fase 1 della campagna.

Con la sua maldestra pretesa di puntare all’efficienza non riorganizzando l’amministrazione dello Stato ma aggirandola con la nomina di commissari straordinari, nonché di centri operativi ad hoc chiamati (chissà perché) task forces, che scavalcano le competenze di Ministeri, l’attuale governo ci sta mettendo del suo. Al di là di tale scelta, che complica ulteriormente le cose, il caso delle vaccinazioni anti-Covid 19 sta facendo riemergere ancora una volta i limiti di un sistema istituzionale che non si è mai liberato dall’originario centralismo del vecchio Regno sabaudo, poi ulteriormente rafforzato da Mussolini. Nel 1947 l’Assemblea Costituente allora eletta col compito di fissare i lineamenti della neonata Repubblica Italiana non volle infatti cogliere l’occasione per dare allo Stato italiano una forma democratica davvero nuova. Mirò solo invece a temperarne l’inveterato centralismo con la creazione delle Regioni, enti con poteri legislativi ma privi di autonomia fiscale e senza alcun compiuto potere e quindi responsabilità di autogoverno. La conseguenza di questa via di mezzo tra uno Stato centralista di matrice francese e un sistema autenticamente federale sono la confusione delle competenze e quindi delle responsabilità.

Le Regioni dipendono dallo Stato per quanto concerne la massima parte delle loro entrate, e hanno competenze ritagliate e intrecciate in un modo così astruso con quelle dello Stato che sembrano fatte apposta per innescare interferenze e conflitti con il governo centrale. Ad esempio la “valorizzazione dei beni culturali e ambientali” rientra tra le competenze delle Regioni, ma la “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” è competenza esclusiva dello Stato. Pure nel campo della sanità, dove le Regioni hanno il massimo del potere, sono tenute a fornire cure ospedaliere non al di sotto di «livelli essenziali di assistenza» stabiliti dallo Stato: una norma superflua da cui però deriva una vasta possibilità di controllo statale sulla gestione degli ospedali. In tale contesto il “Piano strategico dell’Italia per la vaccinazione contro il COVID-19”, vede intrecciarsi competenze del Ministero della Salute, di un Commissario Straordinario per l’Emergenza cui sono stati trasferiti molti dei poteri del Ministero, delle Forze armate che hanno l’incarico di raccogliere e immagazzinare i vaccini in una base aerea nei pressi di Roma e poi di curarne via via la consegna alle varie Regioni. E infine delle Regioni cui compete di organizzare e gestire i centri di vaccinazione.

In Italia le vaccinazioni obbligatorie per legge sono ben dieci. Già prima dello scoppio della pandemia del Covid 19 si stavano diffondendo nella popolazione sentimenti contrari al riguardo. Si parlava di un nascente movimento “No Vax”. Stando così le cose, non si è nemmeno provato a rendere obbligatoria la vaccinazione anti Covid 19. Il governo ha scelto invece di sollecitare la gente a vaccinarsi con una campagna di promozione cui partecipano anche volti noti del mondo dello spettacolo. Da un punto di vista organizzativo la fase 1 dell’auspicata vaccinazione di massa, quella attualmente in corso, è ad ogni modo la più semplice: riguarda infatti i medici, gli infermieri, il personale sanitario in genere e gli anziani ospiti delle case di riposo, ossia gruppi umani ben definiti e facilmente identificabili e raggiungibili. Già si vede però che la situazione si complicherà molto nelle fasi successive, quando cioè si passerà a offrire la vaccinazione all’intera popolazione italiana, circa 60 milioni di persone.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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