Recovery Plan. L’ Italia tra l’incudine della sua sgangherata democrazia e il martello dell’autoritarismo tecnocratico dell’Ue

L’Italia e la scarsa democraticità dell’Ue, Corriere del Ticino*, 29 gennaio 2021

È evidente che la Commissione Europea si è fatta gabbare dalle due multinazionali farmaceutiche Pfizer e Astra Zenica versando loro a titolo di “contributo alle spese di ricerca” decine di milioni di euro a fondo perso in cambio della promessa di ingenti forniture di vaccini anti Covid 19 che non erano affatto garantite. Basti dire che nei contratti a tal fine sottoscritti le due multinazionali risultano impegnate alle forniture “nella misura del possibile” e non sono tenute al pagamento di alcuna penale in caso di inadempienza.

Se la Commissione fosse soggetta a un compiuto controllo democratico da parte del Parlamento Europeo certamente qualcuno avrebbe potuto accorgersene e chiedere sulla base di quali garanzie si era certi di ricevere nei tempi stabiliti le decine di milioni di esemplari di vaccini promessi. Non solo invece tale controllo è mancato, essendo in sostanza il Parlamento Europeo una semplice Camera di revisione, ma addirittura i contratti erano stati secretati così da metterli al riparo pure dal controllo della stampa e  dell’opinione pubblica.

L’episodio allunga ulteriori ombre anche sulla gestione del Piano per la Ripresa (Recovery Plan) dell’Ue di cui l’Italia è il maggiore beneficiario. Ricordiamo che Roma avrebbe dovuto inviare a Bruxelles una prima bozza del suo piano entro il 15 ottobre scorso e poi la relazione definitiva entro la fine del corrente mese. Non è invece andata affatto così. Soltanto il 12 gennaio scorso il governo Conte è riuscito a produrre tale prima bozza, che con l’aggiunta di ulteriori risorse prevede ora spese per un valore complessivo di 223,9 miliardi di euro. Attorno al documento si è però subito acceso un scontro interno nella maggioranza. Il ritiro dal governo di Italia Viva, il piccolo partito di Matteo Renzi, ha indotto infine Conte a dimettersi e quindi ad aprire ufficialmente la crisi lo scorso 26 gennaio. La posta in palio è il controllo della gestione dei fondi in arrivo dall’Unione Europea cui le forze più diverse vogliono partecipare: non solo i partiti, compresi quelli adesso all’opposizione, ma anche le «parti sociali» ossia da un lato la Confindustria, l’associazione degli industriali, e dall’altro i sindacati.

Quindi la definizione del piano di spesa si è bloccata e non riprenderà se non dopo la soluzione della crisi, che non sarà facile. Se poi si dovesse perciò andare verso lo scioglimento anticipato delle Camere e nuove elezioni, il piano — che era stato pensato come intervento urgente contro la crisi innescata dalla pandemia — potrà cominciare ad avere qualche effetto solo nella seconda metà di quest’anno.

Se per quanto concerne l’Italia la persistente crisi delle sue istituzioni pesa sulla gestione del Piano per la Ripresa, sono forse in fondo più gravi, anche se meno avvertite, le conseguenze su di esso della scarsa o nulla democraticità dell’Ue. La Commissione — un governo non eletto dal popolo né direttamente né indirettamente — ha definito  le priorità del Piano, ad esempio dando un peso sproporzionato all’economia «verde» e alla lotta ai cambiamenti climatici, e mettendo a tema la difesa della biodiversità ma non, per dirne una, l’adeguamento e il rinnovo delle infrastrutture viarie. Un esempio significativo di come venga inteso il ruolo del Parlamento è quello dell’”accordo provvisorio” che lo scorso 18 dicembre il Consiglio Europeo e il Parlamento hanno raggiunto sullo stanziamento di 672,5 miliardi di euro “al centro dello sforzo straordinario per la ripresa dell’Ue, Next generation Eu, lo strumento da 750 miliardi di euro concordato dai leader dell’Ue nel luglio 2020”. Tale decisione non è stata sottoposta al Parlamento. Semplicemente ad essa si è giunti anche con il contributo di non meglio precisati “negoziatori” del Parlamento stesso. È però già previsto “che il Parlamento voti il testo nella plenaria di febbraio, cui seguirà l’adozione da parte del Consiglio”, e buona notte. Nell’Unione Europea basta poco insomma per sottrarre al vaglio del Parlamento anche i modi della spesa di uno stanziamento di questa importanza.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Recovery Plan. L’ Italia tra l’incudine della sua sgangherata democrazia e il martello dell’autoritarismo tecnocratico dell’Ue

  1. Simone97 ha detto:

    Io li farei in gestione tutti agli imprenditori. Politici, sindacati e associazioni solidali sono un pozzo di spreco senza fondo.

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