Ripresa post-pandemia. Più che cambiare passo, bisogna cambiare strada

 L’Italia, la crisi e un difficile rilancio, Corriere del Ticino*, 26 marzo 2021

Le urgenze della campagna della vaccinazione di massa contro il Covid 19 — tuttora ben lontana

dalle oltre 500 mila vaccinazioni al giorno necessarie in Italia perché possa concludersi entro l’inizio dell’estate — hanno fatto scomparire dalla scena la questione del Piano per la ripresa (Recovery Plan). Si tratta di un piano deciso a Bruxelles nel luglio dello scorso anno, e finanziato in debito con l’emissione mai prima avvenuta di “buoni del Tesoro” dell’Unione Europea, con cui si punta al rilancio dell’economia dell’Unione che, già da tempo in fase di rallentamento, ha subito a causa della pandemia un ulteriore grave colpo.
Tra gli Stati più popolosi dell’Unione l’Italia è quello che sta peggio. Sarà perciò il maggior beneficiario del Piano per la ripresa. Fra stanziamenti a fondo perduto e prestiti a tasso molto agevolato Roma potrà disporre infatti di 195, 3 miliardi di euro. Anche altri fondi europei verranno poi gestiti in tale quadro fino a far raggiungere al programma di spesa complessivo il valore di 222 miliardi di euro.

Nessun Stato membro dell’Unione è sin qui giunto a presentare a Bruxelles il programma di sviluppo che intende finanziare, Italia dunque compresa. A Roma è stata recentemente annunciata l’approvazione del programma da parte del Consiglio dei ministri ma esso continua a essere “atteso in Parlamento”, ovvero alle Camere non è stato finora consegnato, quindi non è ancora pubblico. Di abbastanza certo si sa solo che si articola in sei ambiti di intervento, chiamati (chissà perché) macro-missioni, che in ordine di spesa sono i seguenti: rivoluzione verde e transizione ecologica (69,8 miliardi di euro); digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,3 miliardi); infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,9 miliardi); istruzione e ricerca (28,4 miliardi); inclusione e sociale (27,6 miliardi), salute (19,7 miliardi). Come si vede la trasversalità di alcuni ambiti di intervento, tra cui innanzitutto il primo per entità della spesa, e la vaghezza di alcuni altri creano le condizioni perché ci si possa fare tutto e il contrario di tutto.

Tutti i partiti da destra a sinistra presentano all’opinione pubblica questo ingente afflusso di risorse aggiuntive al bilancio dello Stato un po’ come la panacea di tutti i mali dell’economia italiana, la cui crisi precede peraltro di gran lunga l’emergenza Covid 19. Sono infatti vent’anni che l’economia italiana rallenta. Basti dire, come di recente ha ricordato l’autorevole quotidiano economico Il Sole/24 Ore, che la quota di prodotto interno lordo della zona euro ascrivibile all’Italia è scesa dal 17,7 per cento del 2001 al 14,5 di oggi.

Secondo alcuni osservatori tuttavia si spera troppo da tale piano in cui, almeno per quanto finora se ne sa, non c’è traccia di quelle profonde riforme strutturali che in Italia sono attese da decenni. Con l’attuale “macchina” della pubblica amministrazione, con il sistema fiscale e con il sistema giudiziario che l’Italia ha adesso non si può sperare che quegli ingenti fondi vengano spesi in modo davvero produttivo. È questa ad esempio la tesi che dalle colonne del Corriere della Sera sta sostenendo Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, il centro di studi con sedi a Milano e a Torino che è il più vivace foyer di pensiero liberale in Italia. È una pericolosa illusione, sostiene lo studioso, guardare a questi aiuti come alla «magia che sbroglierà il nodo della bassa crescita, ben precedente al Covid-19, e ci metterà sulla strada sicura di un forte sviluppo trainato dallo Stato.(…) È un’idea «davvero curiosa che in quegli ambiti nei quali siamo scontenti di ciò che lo Stato ha fatto come regolatore, il suo ingresso come produttore in prima persona di beni e servizi possa avere effetti provvidenziali». A trent’anni insomma dalla fine della Guerra fredda, un vecchio ordine costituito che va da un certo mondo imprenditoriale a un certo mondo sindacale continua a scommettere nella persistenza di modello economico, liberale nelle forme ma dirigista nella sostanza, che allora funzionò ma adesso non può più funzionare


*Quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Corriere del Ticino e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Ripresa post-pandemia. Più che cambiare passo, bisogna cambiare strada

  1. Robi Ronza ha detto:

    il mio web master ci sta lavorando. Grazie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.