Appello urgente a chi può risuscitare la speranza, quel motore primario della ripresa rispetto a cui da sola la politica non riesce a fare un bel niente

L’anno scorso in Italia sono nati meno bambini che nel 1861, al momento

della formazione dello Stato italiano, in un Paese che aveva allora 26 milioni di abitanti (in confini più ridotti degli attuali) e dove — ha osservato di recente Giancarlo Blangiardo, demografo e presidente dell’Istat — la speranza di vita alla nascita era di circa 35 anni, non di 83 come oggi. E solo il 4,2 per cento degli abitanti aveva più di 65 anni.

Forse però colpisce ancora di più il fatto che l’anno scorso siano nati meno bambini di quanti ne nacquero nel 1941 (me compreso), nel 1942, nel 1943 e nel 1944, in un’Italia che non solo aveva 20 milioni di abitanti in meno di quelli che ha adesso ma soprattutto era un Paese in guerra dal 10 giugno 1940 che alla fine del 1942 già si trovava sulla via della sconfitta e che dal settembre 1943 si era ormai trasformato in un grande campo di battaglia, teatro dello scontro tra ingenti armate straniere. Su La Stampa di qualche giorno fa, citiamo tanto per fare un esempio, in un editoriale dal titolo «Come riempire le culle vuote», commentando la situazione qualcuno ha definito comprensibile l’ulteriore forte contrazione della natalità registrata nel 2020 perché “fare figli in questo periodo di sconvolgimento delle vite richiede davvero coraggio”.

Ebbene, pur con tutta la dovuta considerazione per le varie difficoltà, per la crisi economica e per i lutti causati dal Covid 19, si tratta comunque di bazzecole rispetto a quanto toccò a nostro Paese tra il 10 giugno 1940 e il 25 aprile 1945.Ciononostante allora ci si sposava e si mettevano in cantiere dei figli (me compreso) alla vigilia della partenza per il fronte, da cui ovviamente non si era affatto sicuri di fare ritorno. Adesso invece si rinviano i matrimoni e si rinuncia ad avere figli di fronte a rischi che non sono nulla rispetto a quelli che allora si correvano andando in guerra; ed avendo dinnanzi a sé un futuro che per buio che sia è di una luminosità abbagliante rispetto a quello che in quegli anni sempre più incombeva.

Stando così le cose, ben vengano dunque l’assegno unico per i figli a carico e ogni altra provvidenza a favore della famiglia fertile, me deve essere ben chiaro che gli incentivi materiali sono utili, spesso indispensabili ma mai saranno sufficienti per cambiare la situazione. Fermo restando che in Italia una politica sociale finalmente meno ignara se non ostile alla famiglia stabile e fertile sarebbe quanto mai opportuna, resta il fatto che il motore primario della scelta di fondare una famiglia, di avere figli, di farli crescere e di educarli è la speranza. E lo stesso vale analogamente per la scelta di fare o sviluppare un’impresa e per ogni altro gesto costruttivo. Senza speranza non si genera e non si costruisce, quindi non si esce dalla spirale della crisi. Ci si limita a consumare al meglio quello che c’è, si tratti di risorse materiali ma anche e allo stesso modo di risorse umane; quindi anche di quella risorsa umana fondamentale che è l’incontro tra uomo e donna.

Tutto ciò considerato, le chiavi dell’uscita dalla crisi in cui ci troviamo sono nelle mani non in primo luogo della politica bensì delle grandi agenzie educative, dunque innanzitutto della Chiesa. Se poi ce ne sono anche altre saremo tutti ben lieti che si facciano avanti. Pur se ha il compito cruciale di dare un orizzonte alla speranza per quanto concerne la vita economica e civile, la politica infatti non è in grado di produrla. Occorre quindi che la Chiesa, e analogamente ogni comunità cristiana, puntando senza svolazzi al nocciolo della questione,, tornino a dare alla gente le ragioni della speranza trasformando così di nuovo in un coraggioso popolo di costruttori l’attuale pavida massa dispersa di consumatori senza prospettive.

30 marzo 2021

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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5 risposte a Appello urgente a chi può risuscitare la speranza, quel motore primario della ripresa rispetto a cui da sola la politica non riesce a fare un bel niente

  1. Ana Maria Gonçalves ha detto:

    Grazie per questa riflessione, che della speranza è già un accenno

  2. Maria Luisa Pergi ha detto:

    Perché nessuno confronta il numero dei bambini nati con quello degli aborti?

  3. Pippo Emmolo ha detto:

    “Per sperare bisogna esser felici”, ha scritto Peguy. Nella Chiesa ci sono queste persone? Vasco Rossi cantava “le donne belle sono quelle felici”…Insomma lasciam stare Vasco, come diceva Madre Teresa, il problema della chiesa ” siamo io e lei!”. Anzi ricomincerei addirittura da Uno…allo stato vogliamo l’impossibile se guardiamo a come siam messi. O no?

  4. michele corti ha detto:

    Caro Ronza, ma la chiesa cattolica non c’è più. E’ una neo-chiesa allineata alle elite che l’hanno combattuta per tre secoli arrivando a capire che poteva essere sconfitta solo dall’interno.

  5. Roberta ha detto:

    Concordo con Michele. Aggiungo che l’unica che lo va dicendo è la Meloni.
    E caro Sig. Ronza: da molto prima di lei, del suo
    partito di CL, dei suoi compari finto-popolari.

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